Piazza Dante e la sua storia

Una piazza Dante in un tardo pomeriggio napoletano, al centro della piazza la statua del sommo Dante collocata in quel posto nel 1870 e probabilmente solo qualche anno prima della foto poichè l’assoluta mancanza dei binari del tram fa pensare ad un fermo immagine degli anni ’70 del 1800. Giornata tranquilla quel pomeriggio, poche persone in strada e solo due carrette del tipo agricolo ad un solo paio di grandi ruote. Sembra strano ma quel chiosco sulla sinistra esiste ancora e conserva miracolosamente ancora la sua struttura originale mentre il campanile che si vede sull’emiciclo in lonntananza è appartenente alla chiesa del Gesù Nuovo.

La storia:

La storia fantastica di una piazza che nell’arco di secoli ha caparbiamente voluto evolversi diventando una delle più belle e rappresentative della città.

Durante il periodo aragonese/angioino, la murazione difensiva settentrionale della città di Napoli, si sviluppava lungo un perimetro di cui fortunatamente, a distanza di quasi un millennio, si hanno ancora alcune testimonianze con manufatti a volte visibili, altre volte nascosti e/o ipotizzati.

Il tracciato murario percorreva parallelamente via Carbonara (1), si incanalava lungo via settembrini fino ad intercettare porta san Gennaro (1), proseguiva risalendo piazza Cavour (largo delle Pigne) e arrivava alla parte piu alta della vecchia Neapolis, la collina di Caponapoli.

Oltrepassato il promontorio scendeva per via Costantinopoli fino all’area occupata adesso dal conservatorio di San Pietro a Maiella lambendo piazza Dante, proseguiva per Piazza del Gesù Nuovo (1)(2)(3) probabilmente percorrendo via san Sebastiano fino a via Monteoliveto inglobando Porta Petruccia e cambiando infine direzione affiancando corso Umberto I (1).

Al di fuori di queste mura sopravviveva un’altra Napoli, quella dei contadini, degli allevatori, di coloro che vivevano fuori la città con terre da coltivare e animali da allevare; essi mercanteggiavano i loro prodotti in mercatini nati spontaneamente fuori città, cosa che non più possibile nel suo interno ormai saturo e circoscritto.

Uno di questi mercati era posizionato al di fuori delle mura ad altezza di San Pietro a Maiella, ma vi era un inconveniente urbano, all’interno della città nelle vicinanze del mercato esterno non vi era alcun passaggio che collegasse l’interno con l’esterno per cui, il cittadino che volesse recarsi al mercato a fare i suoi acquisti, era costretto ad allungarsi verso porta Costantinopoli nella zona del Museo (1) presente dal X secolo, o scendere verso porta dello Spirito Santo, costruita nel 1536 tra via Toledo (1) e piazza Dante (1)(2), ma ambedue alternative risultavano molto scomode.

Il luogo era largo del mercato, attuale piazza Mercato a ridosso della chiesa del Carmine, costituito nel 1270 quando Carlo I d’ Angiò vi spostò la sede mercatale cittadina di piazza san Gaetano (1), evidentemente non più idonea a esporre, al centro di un quartiere ormai affollato, mercanzia di prodotti della terra e animali, oltre al fatto che la nuova locazione avrebbe aperto anche ad un traffico commerciale “mondiale”.

Per l’esistenza di questo secondo grande mercato, si aveva il bisogno di una distinzione toponomastica tra i due e per questo il largo fuori port’Alba fu definito “mercatello” dando luogo cosi alla nascita, nel 1588, del “largo del Mercatello”, ossia mercato minore che, sembra, vi si tenesse ogni Mercoledì.

Ma il mercatello non era isolato, nella zona esistevano altre attività extraurbane, nel suo lato superiore vi erano le “fosse del grano” (1) che costituivano dal 1500 il deposito granaio della città e che da port’Alba arrivavano fino all’edificio ora occupato dal Museo Archeologico; nel lato inferiore invece esisteva un’altra riserva alimentare cittadina, 4 enormi cisterne contenente olio, scavate nel 1587 e dismesse il 1787; in pratica enormi vasi interrati ancora esistenti ma impraticabili, parzialmente ricoperte dall’edificio ora occupato dal cinema Modernissimo.

Il largo cambiò spesso nome, a causa della vicinanza del granaio ebbe la denominazione di “Piazza della Conservazione del grano”, quindi fu anche chiamato Largo di Port’alba al Mercatello dopo la costruzione dell’ingresso da parte del viceré, ma anche “Largo Santo Spirito”, toponimo dovuto alla vicinanza dell’omonima porta che lo divideva da via Toledo.

Prima ancora del mercato, agli inizi del XVI secolo, la piazza ospitò fiere, teatri all’aperto e fu utilizzata anche da una scuola di equitazione frequentata da nobili e gentiluomini del tempo.

Purtroppo il “Mercatello” conobbe anche un periodo tristissimo dovuto al propagarsi della peste a Napoli e in tutta Europa, infatti la “morte nera” arrivò in città nel 1656 portata dai soldati spagnoli provenienti dalla Sardegna, e si diffuse inizialmente nella zona Mercato proprio dove vi era il principale commercio tra i vari mercanti europei.

 

Numerosi furono i lazzaretti allestiti per l’accoglienza dei malati: oltre il largo del Mercatello anche San Gennaro (1)(2) fuori le mura, il Borgo Loreto e piazza del Carmine, dove verranno disposti in fila un numero impressionante di malati, moribondi e corpi senza vita.

Su una popolazione di 450 mila, si contarono un numero di vittime di quasi la metà, 200 mila, e quello delle Fontanelle divenne il cimitero ufficiale della città a causa del divieto di sepoltura nelle chiese, mentre le famiglie nobiliari cercarono inutilmente riparo nel monastero di Santa Chiara (1)

In questi anni il largo ebbe sempre una forma irregolare, uno spazio campestre fuori dalle mura cittadine aperto a qualsiasi tipo d’uso, fu solo nel 1757, giusto un secolo dopo la micidiale pestilenza, che Carlo III di Borbone decise di dargli un assetto urbano, un definitivo riordino edilistico che volle dedicare a se stesso con un grandioso monumento celebrativo, un enorme edificio a forma di emiciclo posto esternamente a ridosso delle mura aragonesi e nel quale venne inglobata, seppur marginalmente, anche port’Alba, nacque così il “Foro Carolino”.

Sul perimetro di copertura dell’emiciclo, furono posizionate 26 statue equidistanti tra loro (quattro delle quali dello stesso artista che creò il “Cristo Velato) raffiguranti le virtù del sovrano Borbone, mentre nel centro fu creata una grande nicchia dove sarebbe dovuto esserci, su una scalinata ad altare, una statua equestre in bronzo, o in marmo, di Carlo III e in attesa che questa fosse realizzata, fu posta provvisoriamente una copia in gesso che andò però distrutta durante i moti della Repubblica Napoletana (1) del 1799.

Nel periodo repubblicano, al suo posto venne istallato un albero simbolo della libertà giacobina, mentre nel decennio francese fu invece collocata la statua di Napoleone I, voluta dalla sorella Carolina, al tempo Regina di Napoli, che poi, con il ritorno dei Sovrani legittimi, fu rimossa.

Nel 1843, nella nicchia centrale rimasta definitivamente vuota, fu creata un’apertura per l’ingresso al convitto dei gesuiti diventato poi dal 1861 Convitto nazionale Vittorio Emanuele II, quest’ultimo ospitato nei locali dell’antico convento di San Sebastiano, di cui sono ancora visibili i due chiostri mentre la cupola della chiesa crollò nel 1941.

Nel 1861 Napoli perse il suo ruolo di capitale del regno, passarono ancora 10 anni e lo scrittore Vittorio Imbriani, notando che in Germania molte piazze erano dedicate a Friedrich von Schiller, poeta, filosofo, drammaturgo e storico, rappresentante dell’identità del popolo tedesco, propose di porre al centro della piazza la statua del personaggio italiano che rappresentasse in modo più autorevole l’identità e l’unità del popolo italiano, Dante Alighieri.

Anche il letterato e patriota italiano Luigi Settembrini appoggiò animosamente l’idea di quello che sarebbe dovuto essere un “monumento educativo” e diede luogo ad una raccolta di fondi per la sua costruzione alla quale contribuirono gli stessi cittadini napoletani, e lo stesso Vittorio Emanuele II offrì un contributo personale di circa 2000 lire.

Nel 1862 gli scultori Tito Angelini e Tommaso Solari offrirono gratuitamente la progettazione e l’esecuzione del monumento mentre i fondi raccolti sarebbero serviti solo per le spese dell’acquisto del materiale.

Nel progetto iniziale prevedeva anche la costruzione di tre bassorilievi da applicare al basamento ma vi si rinunciò per la mancanza di ulteriori fondi che rallentarono anche i lavori.

Per far si che l’opera fosse terminata, l’allora sindaco di Napoli, Paolo Emilio Imbriani, amico di Settembrini, fece accollare tutte le spese al Municipio e quindi il monumento venne finalmente concluso e, il 1871, fu collocato al centro della piazza dagli uomini della Real Marina.

Mancava ancora qualcosa, l’iscrizione e la dedica al sommo poeta, ma anche a questo purtroppo si dovette rinunciare poiché il nuovo sindaco di Napoli non volle concedere ulteriori finanziamenti, e solo nel 1932 venne ripreso il progetto dell’iscrizione sul basamento che, in una solenne cerimonia in stile d’epoca, venne apposta una lapide marmorea che ancora recita “All’unità d’Italia raffigurata in Dante Alighieri”, la piazza finalmente era completa.

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