Il tram n° 18 – Piazza Vittoria/Porta Piccola


 01 – La città moderna – Viviamo tempi in cui le grandi città moderne non offrono più nulla, al proprio cittadino, che riesca a coinvolgerli “sentimentalmente”.

Sia gli arredi urbani che i servizi pubblici, vengono guardati o usufruiti senza che questi restino, anche per qualche minuto, nell’affetto delle persone che, forse, ne ammireranno le linee “ardite” ma, comunque, restano lontano dall’occupare quel posticino, nei cuori, riservato a chi o cosa viene poi ricordato, nel tempo, con affetto.

Anche se li ho vissuti in un “tardo momento”, nella mia parte di cuore riservata ai ricordi affettivi, certamente un posto privilegiato lo occupa il mitico tram”.

   02 – Breve storia dei tram – In parte costruiti in legno, materiale costruttivo caro a chi rimpiange i tempi andati, finestrati fino al limite massimo, posti a sedere molto piu comodi e più a “conformazione” umana rispetto a quelli odierni, senza parlare dei vari rumori di locomozione, campanacci come avvisatori acustici, sbuffi di aria compressa per le porte, il rumore delle ruote ferrate sulle rotaie, il tran-tran della manovella di manovra del conducente che ora riascolterei ben volentieri etc.

Questi eroici e calorosi mezzi sono presenti, a Napoli, dal lontano 1876, quando i nostri concittadini li chiamavano “Omnibus” (cioè per tutti, popolari senza distinzione di classe) e immaginate di essere seduti in una carrozza semiaperta, senza finestrini e senza porte ma solo panche e tettuccio di copertura, molto ricordata nelle giostrine per bambini, che avanza lentamente a velocità umana perché trainata da 4 cavalli che, allora, dividevano con l’uomo gioie e dolori di una città ancora non motorizzata.

Le vetture erano inizialmente 25 e la città, galvanizzata da questa nuova grande rivoluzione nei trasporti, divenne un grande cantiere per la posa in opera dei binari, parola d’ordine…arrivare dappertutto.

Di grande rilievo fu il primo collegamento extraurbano con l’avvio del servizio Napoli(Granili)-Portici, le cui vetture tra il centro città e i Granili (ponte dei Granili), utilizzavano ruote da strada per poi, cambiate le ruote, immettersi sui binari che le avrebbe portate a Portici.

Dal 1888 i cavalli furono lasciati nelle scuderie e il loro posto fu preso dal “vapore”, tram per il cui sbuffante funzionamento, fu definito dal popolo “papunciello”.

Ma la sua vita non durò molto, dopo poco più di 10 anni, nel 1899, venne soppresso con l’avvio della trazione elettrica nella prima linea “Museo-Garittone”, salita impensabile per la forza motrice di un “papunciello”.

Fino agli inizi della seconda guerra, le cosiddette “strade ferrate” raggiungevano anche gli angoli piu remoti, e i tram che le percorrevano, riuscivano a penetrare in vicoletti dove ora sarebbe impensabile accedervi, e lo testimoniano tante antiche immagini che ritraggono i nostri mezzi sempre presenti e in ogni luogo.

Nel 1960 vennero soppresse le tranvie che collegavano, in un unico viaggio, il centro città con i quartieri settentrionali e con i paesi più prossimi, e tante altre linee cittadine, in seguito, vennero eliminate a favore dei bus gommati.

In un mio vecchio scritto vi ho raccontato di un tram a cui ero molto affezionato e il cui percorso mi portava ad attraversare tutta la città da est ad ovest senza mai scendere dal mezzo, ed “insegnandomi” molto della storia di Napoli, parlo del tram n°1 tratta “Poggioreale-Bagnoli”, ora in disuso.

 

   03 – Il tram n° 18 – Un percorso che oggi avrebbe dell’incredibile, degno del migliore programma di una tourist Agency e, oggi, voglio proporvi un altro tragitto storico, molto piu breve ma che, a differenza della “linea 1” che procedeva sulla linea costiera, attraversava il cuore della Napoli antica, sul tratto “Piazza Vittoria -Porta Piccola” a Capodimonte, il tram n° 18.

Immaginiamo di viaggiare anche su questa “mitica” vettura, antica ma sicuramente molto piu comoda dei mezzi considerati oggi all’avanguardia.

   04 – Il capolinea – Come già detto, il capolinea era sistemato intorno ai giardinetti di piazza Vittoria, toponimo dedicato alla battaglia di Lepanto, combattuta dalla cristianità contro i turchi.

Nelle immediate vicinanze esisteva ed esiste ancora, ubicata nei giardinetti al centro della piazza, la statua di Giovanni Nicotera, ministro degli interni del nuovo governo unitario,

 

mentre dal capo opposto faceva, e lo fa ancora da sfondo, la Villa, per circa 400 anni rinomata come il piu bel “Passeggio Reale d’Europa” per finire, attualmente, come una delle peggiori (come manutenzione) ville comunali d’Italia, con le eleganti, anche se in piu parti mutilate, statue neoclassiche che adornano e fanno da guardia al suo ingresso dal 1800, ed altri invidiabili ma abbandonati monumenti nel suo interno.

Non visibili, un po piu verso il mare, la statua del sindaco Nicola Amore, spodestato dalla sua omonima piazza nel 1938, al centro del corso Umberto I, per dare libertà di passaggio alla parata del kaiser Adolf Hitler e delle truppe al seguito; e adiacente al mare, il monumento ai suoi caduti, un semplice pilastro posto su un basamento, situato li dal 1914.

 05 – La partenza – Pronti per la partenza, imbocchiamo via Arcoleo che dá direttamente nella galleria della Vittoria ma, invece di entrare nel tunnel come tutti gli altri tram, ad altezza della storica sede de “il Mattino” (usato come punto di riferimento geografico dai piu anziani), vira sulla destra procedendo per via Chiatamone che, fino ad un secolo prima, insieme a via Santa Lucia che percorriamo subito dopo, facevano da cornice a quello che per centinaia di anni era definito il lungomare piu bello del mondo, ma nel nostro cammino odierno purtroppo sparisce il mare, non si vede più castel dell’Ovo e, sul lato opposto, nessuno fa caso a Pizzofalcone, promontorio sede della nostra prima Partenope, transennato e occultato perché perennemente in pericolo di frana.

Via Santa Lucia è in leggera pendenza e la difficoltà a salire non diminuisce quando giriamo a sinistra per via Cesareo Console, profonda insenatura del mare fino al XVI; nel 1599 il viceré spagnolo don Arrigo de Guzman vi creò un riempimento per costruirvi una strada che collegasse il palazzo Reale con santa Lucia, e questa, in suo onore, venne chiamata via Gusmana.

Prima anche via Ciano e via Panoramica, ora è dedicata a Cesario Console, un condottiero figlio di Sergio I duca di Napoli, che nell’849 sconfisse i Saraceni, ma per secoli fu chiamata, dal popolo, Salita del Gigante per la presenza della “logorroica” omonima statua.

Terminata la salita, ecco una esplosione di storia, a passo d’uomo si costeggiava, sulla destra, il palazzo Reale, passando in rassegna le statue dei nostri re poste nelle nicchie; potevamo guardarle passare una ad una dal nostro finestrino, lentamente, come un fim d’epoca, e con il tram che viaggiava a velocità turistica, si aveva tutto il tempo di poterle ammirare e magari leggerne anche i nomi, si cominciava da re Vittorio Emanuele che sguaina in alto la sua sciabola, e poi…e poi non avevi piu il tempo di vederle perche ti accorgevi che dall’altro lato , in un effetto “cinemascope”, ad attrarre l’attenzione, un enorme colonnato disposto ad arco, la chiesa di san Francesco di Paola, voluta da re Ferdinando a ringraziamento del suo ritorno al trono dopo la parentesi murattiana.

Oltrepassata piazza del Plebiscito e la comunicante piazza Trieste e Trento ex piazza san Ferdinando per la chiesa omonima che vi si affaccia, la strada si restringe tra la galleria Umberto a sinistra, passeggio ottocentesco della Napoli d’Elite, e il teatro san Carlo sulla destra, il piu antico al mondo ancora in attività.

   06 – Secondo tratto – Una normale “Agency tourist” finirebbe qui il giro storico ritenendo abbastanza soddisfacente il patrimonio culturale visto fino ad ora, ma il tram 18 è impietoso, vuole sbalordire ancora di più, prosegue, questa volta in una allegra discesa e, improvvisamente, la visuale si allarga, ed ecco comparire sullo sfondo celeste del mare e blu del cielo, il Maschio napoletano per eccellenza, l’Angioino, meglio denominato Castelnuovo, lì a farsi ammirare da piu di 800 anni.

Proseguendo nel suo fantastico viaggio in direzione di via Medina, i binari tagliavano a metà piazza Municipio e con lei tutta l’antica colonia greca che l’area conserva ancora attualmente nel suo sottosuolo e da poco parzialmente riportata alla luce, quindi via Monteoliveto e, con il palazzo delle Poste sulla sinistra, entriamo in un’altra epoca, quella fascista, ricca di architettura, e la posta centrale con le strutture limitrofe, ne sono un’ammirevole esempio.

Passata “l’epoca fascista” in leggero pendio il tram ricomincia un po ad arrancare, di nuovo rallenta la sua marcia e ritorna indietro nel tempo.

Dai finestrini sulla destra avanza lentamente il palazzo Orsini di Gravina, mezzo millennio di vita e non dimostrarli, ora sede della facoltà di architettura, il bugnato della sua facciata principale ricorda il palazzo di un’altra potente famiglia, quella dei Sanseverino, ora chiesa del Gesù Nuovo.

 

Sulla sinistra in piazzetta Monteoliveto sembra salutarci la piccola statua di re Carlo II che, dal centro della fontana a lui dedicata, ci segue con lo sguardo triste, si favoleggia che la direzione dei suoi occhi indichino la posizione di un misterioso tesoro nascosto.

Se non ci si distrae, guardando con attenzione lungo la traversa a destra, la calata Trinità Maggiore confluisce in piazza del Gesù Nuovo da dove fanno capolino, in un batter d’occhio, sia la chiesa che dà il nome alla piazza, sia l’obelisco dell’Immacolata.

Con sempre piu affanno, il nostro glorioso mezzo si arrampica per sant’Anna dei Lombardi e raggiunge, alla confluenza con via Toledo, piazza sette settembre, così chiamata poiché dal palazzo Doria D’Angri i cui balconi affacciano sul largo, il generale d’Italia Giuseppe Garibaldi, proprio in quel giorno del 1861, proclamò l’Unità d’Italia, ma in tanti preferiscono ricordarla come “Largo Spirito Santo”, nome di una chiesa adiacente ancora esistente, e di una porta delle antiche mura della città, purtroppo non più esistente.

Dal mesto saluto di Carlo II, a quello benevolmente plateale e filosofeggiante del sommo Dante, a lui è dato l’onore del toponimo e suo è l’onore di risiedere in quel largo che sarebbe dovuto essere il simbolo della potenza di Carlo III con il nome di “Foro Carolingio” e dal 1770 arredato, da un lato, da un fabbricato a forma di esedra sulla cui sommità, lungo tutto il perimetro, si alternano tuttora ventisei statue ornamentali che rappresentano le virtù di Carlo III, oggi è sede del liceo “Vittorio Emanuele”.

 

Qui il nostro tram si sofferma un po piu del solito, qui in esso cominciano ad affollarsi un numero più folto di passeggeri, è da qui che i “cafuni” ( dal termine “con la fune”) in visita alla città, ritornano alle loro residenze nella periferia nord di Napoli.

Ancora gloriosa storia incontriamo sul suo cammino, proseguendo dritto per via Pessina, rasentiamo prima l’entrata laterale della galleria “Principe di Napoli”, uno dei frutti del risanamento, quindi il museo nazionale, il piu ricco d’Italia, che in 500 anni di storia ha visto cambiare più volte la sua “destinazione d’uso”.

La salita si fa ancora piu ripida, stiamo percorrendo l’ex corso Napoleone, figlio del decennio francese ad opera di Gioacchino Murat, voluto per collegare agevolmente la reggia di Napoli alla reggia di Capodimonte evitando il “budello” dei Vergini, unica strada di accesso per Capodimonte, collegamento reso fino ad allora impossibile dalla presenza del cavone della Sanità e scavalcato ora dall’omonimo ponte; oggi il corso è diviso tra Santa Teresa degli scalzi a valle del ponte e corso Amedeo di Savoia a monte.

Solo sul tratto del ponte della Sanita il nostro “eroico” tram trova un po di sollievo con un po di pianura ma non dura molto.

La strada per Capodimonte è dura anche per “cap’e fierro” come i napoletani amavano definire il trenino di ferro.

 07 – Ultimo tratto e arrivo – Dopo i giardini del tondo di Capodimone e le scale dei giardini della principessa Iolanda, non ho idea e non voglio immaginare di come, il vetturino, affrontasse le ripide curve, certo non si godeva tranquillamente la visione della basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio e la monumentale fontana della Duchessa, ma sicuramente tirava un sospiro di sollievo quando riusciva ad arrivare al capolinea di Porta Piccola, ingresso piccolo del bosco di Capodimonte, dove a fine corsa scendeva dal mezzo per godersi una bevuta da una fontanina pubblica, forse la famosa “funtana all’ombra” che menava acqua chiara da tanto tempo, come ebbe a scrivere E. A. Mario in una sua canzone, e da qui, i nostri bravi paesani, proseguivano il loro viaggio forse usufruendo di altri mezzi di trasporto in partenza dal Garittone e diretti nella provincia nord di Napoli.

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