La storia della rampa e del ponte di via Chiaia

Una tela di autore ignoto mostra il “Ponte di Chiaia”realizzato nel 1636 e prima dell’abbattimento delle sue rampe avvenuto nel 1834. Al posto delle rampo ora esiste un ascensore e una attigua cassa scale che porta alla strada superiore.

La storia:

DA “RIGAGNOLO MALFAMATO” A “TEMPIO DELL’ ELEGANZA”

Nel XVI secolo ancora non era stato costruito il Palazzo Reale (1), non esisteva la chiesa di San Francesco di Paola e tanto meno vi era Piazza del Plebiscito (1)(2)(3) ma neanche largo di palazzo e foro regio.

Immaginate la zona, un grande largo in terra battuta e di forma irregolare, fuori la porta aragonese occidentale di Santo Spirito (nei pressi di piazza Trieste e Trento)  dove erano localizzati i tre grandi complessi conventuali angioini: della Croce e della Trinità, di Santo Spirito e di San Luigi, demoliti in seguito per far posto agli odierni storici edifici.

La Riviera di Chiaia (1)(2)(3) era a due passi, vicinissima, si doveva solo oltrepassare la collina di Pizzofalcone e si era li, sulla spiaggia ancora libera di Chiaia, dove ancora tra mare e abitazioni non vi era nemmeno la villa Reale, per quest’ultima bisognerà aspettare ancora poco più di un secolo.

Per giungere in quello che sarà il lungomare piu bello del mondo, vi era la strada di Chiaja , allora poco piu di un sentiero, principio dell’antichissima via Puteolana verso i Campi Flegrei.

Essa si inoltrava tortuosamente lungo l’alveo naturale esistente tra il monte Echia di Pizzofalcone(1) e l’altura di San Carlo alle Mortelle.

Nel 1539, Don Pedro de Toledo fece allargare la strada per creare un più agevole collegamento tra la residenza vicereale in costruzione, e il lungomare di Chiaja.

Nello stesso periodo fece costruire, da via Chiaia, il Pendino di Chiaja, una rampa per collegare la via bassa con la zona sovrastante di Pizzofalcone che così in seguito verrà descritta:
”Una sconcia e meschina rampa menava dalla via di Chiaia alla Piazza di S. Maria degli Angeli, alla metà di essa era un grosso Crocifisso, uno di quelli messi per lilluminare le vie, davanti al quale di notte s’accendea un lumicino.

Finiva nella parte superiore con una vòlta bassa ed oscura, piena di sudiciume e di lordure, alle pareti della quale erano dipinte delle figure rosse, forse le anime del Purgatorio.
Un continuo rigagnolo di acque impure scorreva sul malconnesso selciato e lo rendeva oltremodo sdrucciolevole: degli accattoni stanziavano innanzi al Crocifisso e sotto la vòlta bassa.

Scarsamente illuminata, la notte era malsicura perché frequentata dai ladri. Case e botteghe umide ed ignobili erano tanto sulla rampa, che sotto di essa.

Ma un altro problema incombeva sulla zona, nonostante la rampa, Monte di Dio e Pizzofalcone, ormai diventati centri urbani, risultavano divisi dall’ex rigagnolo ora via Chiaia.

Fu il Viceré Manuel Zunica y Fonseca conte di Monterey che,  volendo facilitare le comunicazioni necessarie alla sociabilità ed alla comodità di tutti i cittadini, ordinò la costruzione di un ponte, che unisse le due parti della città così vicine e tanto divise tra loro, e nel 1636, fu costruito (a spese dei residenti) il ponte Monterey (in seguito ponte di Chiaia) in pietre e mattoni.

In seguito, dopo aver resistito per oltre 2 secoli,  Ferdinando II di Borbone, nel 1834, una volta appreso della presenza di lesioni che ne compremettevano la staticità, dispose l’abbattimento della rampa, sostituito con un torrino di scale in cui in seguito verrà inglobato l’ascensore tutt’ora esistente.

E così che un semplice alveo che raccoglieva acqua piovana e fogna in una zona mal frequentata e malsana, diventava la piu ricca ed elegante strada di Napoli.

 

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