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LA LEGGENDA DELL’UOMO PESCE

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A Napoli, in via Mezzocannone, al numero 9, un bassorilievo osserva silenzioso i passanti: una figura villosa, corazzata da peli che sembrano crescere direttamente dalla pietra, stringe con la mano destra un grosso coltello.
Sotto di lui, un’iscrizione incisa nel marmo racconta la sua vicenda: ritrovato nelle vicinanze, la scultura divenne il simbolo del sedile Porto – l’antica istituzione che governava il quartiere marittimo di Napoli – mentre l’originale trova oggi riparo nel Museo di San Martino, custodito come un tesoro di memoria.
Ma chi è questo uomo dalle sembianze selvagge?
La critica accademica lo identifica forse con Orione, il gigante cacciatore della mitologia greca.
Racconta la leggenda che, per sfuggire alla collera di Apollo – geloso dell’amore che Diana nutriva per lui – si fosse rifugiato nelle acque del mare, dove una freccia della dea lo colpì a morte.
Pentita del gesto, Diana trasformò il suo corpo in una costellazione, che ancora oggi brilla nel cielo notturno.
Ma il popolo napoletano, con la sua vocazione a dare volto e nome alle storie, lo ribattezzò Cola – o Niccolò – Pesce, protagonista di una narrazione che ha attraversato secoli e confini.
Il grande filosofo e storico napoletano Benedetto Croce, dopo un’ampia ricerca, ha tracciato le radici di questo mito fin da Cadiz, con alcune varianti sul tema.
Poi la leggenda ha viaggiato: si è diffusa lungo la Costa Azzurra francese, ha toccato le coste della Sicilia, per atterrare finalmente a Napoli – dove il racconto di Colapesce è rimasto vivo e palpabile almeno fino al XVII secolo.
Si narra che Cola fosse un ragazzo che passava giornate intere adagiato sulle onde, parlava con i pesci e conosceva ogni segreto del mare.
Un giorno, però, fece arrabbiare sua madre fino in fondo: la donna, in preda alla collera, lo maledisse, augurandogli di non poter più posare i piedi sulla terra ferma.
E la maledizione si avverò.
Ma Cola non si lasciò vincere: imparò a coprire grandi distanze facendosi ingoiare da un enorme pesce, che lo trasportava ovunque. Quando raggiungeva la destinazione, con il suo coltello sventrava l’animale e usciva allo scoperto.
Di tanto in tanto emergeva dall’acqua per parlare con i pescatori del porto, sussurrando loro che sotto l’isolotto di Castel dell’Ovo si celavano grotte traboccanti di tesori.
Spesso portava in superficie gioielli e monete antiche, donandoli al re di Napoli.
Ma il sovrano, incuriosito dalle straordinarie capacità del ragazzo, volle metterlo alla prova: gli chiese di recuperare una palla di cannone sparata dalla cima della collina che domina la città.
Colapesce accettò senza esitare, tuffandosi nelle acque torbide del golfo.
Quando stava per raggiungere l’obiettivo, però, le onde si chiusero sopra di lui come una pietra tombale, imprigionandolo per sempre nel cuore del mare.
Un’altra versione della leggenda viene da Mario Buonoconto, autore di “Napoli esoterica”. Secondo lui, Colapesce non sarebbe stato solo un ragazzo dotato di poteri straordinari, ma parte di una misteriosa confraternita nata nel Medioevo: i “e figli ’e Nettuno”, fedeli al culto della sirena Partenope – la fondatrice leggendaria di Napoli.
Questi adepti erano i soli a conoscere il segreto di un’alga rara, capace di arrestare le funzioni vitali del corpo pur lasciando coscienti chi la assumeva.
Grazie a questo dono, potevano rimanere sott’acqua per tempi lunghi: per scavare tra i tesori sommersi del golfo, ma anche per compiere riti segreti.
Tra questi, uno dei più affascinanti prevedeva l’accoppiamento con le sirenidi – creature metà donna metà pesce – che un tempo avrebbero abitato le acque di Napoli.
Così, tra storia, mito ed esoterismo, Colapesce rimane oggi un simbolo del legame profondo tra Napoli e il mare: un legame fatto di misteri, passioni e storie che non hanno mai smesso di vivere.
<<Cosa c’è scritto sotto il bassorilievo>>
Testo latino originale:

CURIA NOBILIUM DE PORTU
HIC UBI OLIM NAVIUM STATIO FUERAT
FUNDATA
INVENTOQUE IN EFFOSSIONIBUS ORIONIS SIGNO
DISTINCTA
NUNC SEDE IN ELEGANTIOREM URBIS REGIONEM
TRANSLATA
NE CONVERSO IN PRIVATOS USUS LOCO
LONGAEVA VETUSTATE FACTI FAMA ABOLERETUR
ÆTERNUM APUD SEROS NEPOTES TESTEM
HUNC LAPIDEM ESSE
VOLUIT
ANNO ÆRAE CHRISTI CDCCCXLII

Traduzione in italiano:

<<La Curia dei Nobili del Porto
Qui, dove un tempo sorgeva la stazione dei navili, fu fondata
e, trovato nelle scavazioni il simbolo di Orione, venne distinta.
Ora, trasferita la sede in una zona più elegante della città,
per evitare che, se il luogo fosse passato ad uso privato,
la fama acquisita col passare dei secoli venisse cancellata,
si volle che questa pietra fosse testimone eterna per le generazioni future.
Nell’anno della nostra Signora 842.>>
Note:
– “Curia Nobilium de Portu” indica l’antica istituzione dei nobili che amministrava il porto di Napoli (il “sedile Porto” menzionato nel testo precedente).
– “Orionis Signo” è il simbolo di Orione, riferito al bassorilievo della figura villosa.
– “CDCCCXLII” corrisponde a 842 nell’era cristiana.

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