
I napoletani che non hanno mai posseduto un corno rosso si contano sulla punta delle dita. Ancor meno numerosi sono quelli che non hanno mai fatto le corna, puntando verso il basso l’indice e il mignolo, gesto istintivo per chi si sente minacciato da una maledizione, reale o presunta.
Il modo di dire “faccio le corna” sta per “tocco ferro”.
Di sicuro non sono stati i napoletani a inventare questo gesto, che era un tempo quasi universalmente diffuso.
Essi l’hanno semplicemente elaborato a modo loro e tramandato nel tempo fino a farne il “talismano” per antonomasia.
Le corna degli animali erano utilizzate già nel Neolitico, quando venivano esposte all’ingresso delle abitazioni: considerate un simbolo potente, si credeva scacciassero i nemici e le forze del male.
Così, allontanando la sfortuna, portavano gioia e quindi fertilità, condizione indispensabile per la sopravvivenza.
Quasi in tutto il mondo i guerrieri portavano copricapi ornati da corna e gli animali che ne erano provvisti diventavano oggetti di culto. Nell’antico Egitto le corna erano anche simbolo della fecondità femminile: Iside, la Grande Madre, che divenne una divinità molto popolare a Roma e a Napoli, portava sulla fronte un paio di corna con la Luna nel mezzo. Molte divinità, inoltre, erano rappresentate con una falce di Luna, allegoria delle corna.
Il piccolo corno napoletano per essere efficace deve essere rosso, cavo, storto, appuntito e ricevuto in dono; esso è un’evoluzione del fallo, attributo del dio Priapo, amuleto onnipresente nella cultura romana.
A Pompei si ritrovano falli incisi sulle porte, sui muri e anche sui pavimenti; nelle case molti oggetti erano decorati con enormi simboli priapici in marmo o in bronzo.
Le donne li portavano al collo come ciondoli in corallo rosso.
Con l’avvento del Cristianesimo, per decoro, il fallo si trasformò in corno.
Nel Medioevo i gioiellieri partenopei erano famosi per le loro collane fatte di piccoli corni rossi, che venivano esportate in tutta Europa.

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