Perché la “Sala Major” di CastelNuovo è detta anche “Sala dei Baroni”

PREFAZIONE: Creando questo testo, ho notato una analogia tra il periodo descritto dei rapporti tra lo stato aragonese e i baroni “signorotti” locali, e il periodo attuale nel rapporto tra lo stato e i camorristi “signorotti” locali.
Provate ad immaginare di leggere la storia come fosse attuale, con Ferrante d’Aragona ministro degli interni e i baroni come boss di quartiere e immaginate lo stesso epilogo.


LA SALA DEI BARONI

All’interno del Maschio Angioino vi è una stanza, o meglio un salone, denominato “Sala Mayor”, voluta da Roberto D’Angiò nel 1330, in cui vi sono dipinte le raffigurazioni degli Uomini (e delle donne) illustri dell’antichità: Sansone, Ercole, Salomone, Paride, Ettore, Achille, Enea, Alessandro e Cesare, probabilmente con le loro “compagne”.

Esso raggiunge un’altezza di 28 metri circa e a ricordo di un avvenimento storico che avvenne al suo interno, viene chiamato anche “La sala dei Baroni”.

Per raccontare l’episodio da cui prende il nome, ci sarebbe da scrivere a lungo e probabilmente diventerebbe di lettura noiosa e complicata, accennero’ quindi solo al racconto in linea di massima, cercando di chiarirne almeno le cause e l’epilogo.

Quando gli aragonesi presero possesso di Napoli “ereditandola” dagli angioini, non esisteva ancora largo di Palazzo e tanto meno il Palazzo Reale che cominciò a “vivere” solo poco più di un secolo dopo per cui, la vita Regale si svolgeva ancora tra le mura del grandioso maniero (Maschio Angioino)

Intorno al 1485, nel Regno di Napoli, su 1550 centri abitati, solo poco più di cento erano direttamente sotto il potere regale, cioè alle dirette dipendenze del Re e della Corte, mentre tutti gli altri erano controllati dai baroni i quali vi spadroneggiavano in completa autonomia e indipendenza.

Il che significava che a comandare localmente i territori del Regno e a farne il bello e il brutto tempo, erano in effetti i Nobili del luogo, i cosiddetti signorotti, che erano quindi i veri proprietari delle risorse e delle finanze del Regno mentre la Corte Aragonese, nei fatti, era resa subalterna all’organizzazione baronale.

Inizialmente fu Ferdinando d’Aragona a provare a mettere freno alle mire espansionistiche dei nobili e, in seguito, più caparbiamente, il figlio Alfonso II(Ferrante) d’Aragona, che ostentava apertamente ed arrogantemente la propria ostilità ai Baroni, tanto da girare spavaldamente a cavallo, con un’ascia e con una scopa ben in vista, arnesi entrambi utili, a suo stesso dire, a liberare il Regno dalla casta nobiliare.

Per questo atteggiamento estremo del figlio del sovrano contro il potere baronale, questi ultimi decisero che occorreva assolutamente scongiurare che Alfonso divenisse un giorno Re ereditario di Napoli.

La congiura contro il sovrano fu ordita nel 1485, e fu capeggiata dal principe di Salerno Antonello dei Sanseverino, che riunì intorno a sé molte famiglie feudatarie di signori e baroni del regno.

Nel piano previsto dai congiurati, i Baroni dei territori più vicini alla capitale avrebbero dovuto impedire al Re di attraversarli, interrompendo così le comunicazioni di Napoli con il resto del paese. Una volta isolata la capitale, si sarebbe consentito al Papa ed agli altri rinforzi alleati, di penetrare nel territorio del Regno al confine tra lo Stato della Chiesa e gli Abruzzi.

Ma Ferrante, dopo lunghe e macchinose indagini, falsi compromessi e discutibili alleanze, scoprì il tentativo di ribellione, riuscì a bloccare le truppe papali e, grazie all’alleanza con gli Sforza di Milano, inseguì e processò molti degli autori della Congiura.

La ribellione ebbe fine il 13 agosto del 1486 quando il re invitò, dietro falsa promessa di condono, tutti i baroni al matrimonio di sua nipote Maria Piccolomini, in Castel Nuovo.

Furono accolti in pompa magna e, quando furono riuniti tutti nella Gran Sala, (in seguito nominata “sala dei Baroni) il castellano Pascasio Diaz Garlon li dichiarò tutti in arresto. Le prigioni di Castel Nuovo non furono sufficienti: Antonello Petrucci fu messo nel forno del castello, il conte di Sarno nella Fossa del Miglio, il Policastro e Aniello Arcamone nel forno della Torre di San Vincenzo. Contemporaneamente si operarono arresti nelle varie province del Regno.

I baroni furono processati il 3 novembre nella «Camera delle Riggiole» dal tribunale presieduto da Alfonso, duca di Calabria, e composto da quattro dottori e da quattro nobili. Alcuni furono giustiziati a Piazza Mercato, altri decapitati davanti a Castel Nuovo. La catena degli arresti non si fermò, e nel 1487 furono imprigionati molti altri baroni ribelli.

Con questo episodio ebbe fine il potere baronale e il sovrano ritornò così nel pieno potere del suo territorio.

Sergio Dattilo

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