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Museo Storico/archeologico di Nola

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Nel cuore del centro storico di Nola sorge il complesso monumentale dell’ex Monastero di Santa Maria La Nova, oggi trasformato in un importante polo museale.

Questo edificio, che fino al XVIII secolo era inserito in un’insula difesa e chiusa nel rione denominato “Casale Nuovo”, rappresenta un autentico scrigno di storia urbana, religiosa e culturale.

L’intero complesso, costruito in origine come monastero femminile dedicato a Santa Chiara, faceva parte dei quattro grandi istituti monastici medievali di Nola noti come “monasteri delle Donne Monache”.

Grazie alla ricchezza delle fonti documentarie conservate presso l’Archivio Storico Diocesano di Nola, è possibile ricostruire la vita e le trasformazioni subite da questo luogo sacro, dal Medioevo fino all’Ottocento.

La chiesa di Santa Maria La Nova fu edificata nel 1521 da suor Francesca Sussolana, nobile nolana, ed è rimasta attiva con successivi ampliamenti e restauri fino al XIX secolo.

Oggi, l’ex monastero ospita il Museo Storico Archeologico di Nola, che conserva e valorizza i reperti provenienti dal territorio nolano, in particolare quelli che documentano le antiche civiltà locali e le complesse vicende geologiche dell’area.

Il museo è infatti strettamente legato alla storia naturale del territorio, fortemente influenzata dall’attività vulcanica del Vesuvio e del più antico Monte Somma.

Il paesaggio intorno a Nola è stato plasmato nei secoli dalla forza dei vulcani, che hanno arricchito i terreni di sedimenti fertili, favorendo lo sviluppo dell’agricoltura e l’insediamento umano.

Le eruzioni, a partire da quella devastante del 79 d.C. che distrusse Pompei, Ercolano e Stabia, fino a quelle documentate nel Medioevo e in epoca moderna, hanno segnato profondamente la memoria collettiva e il paesaggio culturale.

I reperti archeologici conservati nel museo testimoniano la resilienza delle popolazioni locali di fronte alle catastrofi naturali, ma anche la straordinaria continuità della civiltà nolana.

Il museo si presenta oggi non solo come custode di memorie antiche, ma anche come un centro attivo di ricerca, valorizzazione e divulgazione culturale. Attraverso esposizioni tematiche, percorsi didattici e laboratori, il visitatore può ripercorrere le tappe fondamentali dello sviluppo urbano e geologico del territorio.

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1° galleria: ingresso al Museo


2° galleria: I fuggiaschi di San Paolo Belsito

Durò circa 12 ore la fase più violenta dell’eruzione ed è probabile che, fin dall’inizio del suo manifestarsi, gli abitanti dei villaggi della zona si siano dati alla fuga.
Nel corso di una esplorazione archeologica condotta nel 1995 a San Paolo Belsito, in località “La Vigna”, a circa 16 chilometri dal vulcano, vennero riportati alla luce gli scheletri di due individui, un uomo e una donna, vittime dell’eruzione.

La pioggia di ceneri e di lapilli che si riversava su tutta l’area, accompagnata da scosse di terremoto, spinse l’uomo e la donna fuori dalle loro capanne.
Terrorizzati dalla gigantesca colonna che si elevava dal cono del vulcano, avvolta da lampi e bagliori, mentre risuonavano boati terrificanti, i due individui si erano allontanati dalla loro abitazione, disorientati dal buio che era calato come se fosse notte.

La fuga era resa difficile dalla cadute sulla spessa coltre di pomici che si era formata al suolo, nella quale sprofondavano ad ogni passo, mentre i lapilli continuavano a piovere incessantemente. Spinti dalla stanchezza, in preda al terrore e con principi di asfissia per la parziale occlusione delle vie respiratorie, si trovarono intrappolati nella boscaglia.

Con le mani sul viso, istintivamente, cercavano di proteggersi dalle pomici e dai frammenti lavici che li colpivano, cadendo dal cielo con grande velocità (circa 125/170 km/h). I loro corpi furono ricoperti in poche ore da circa un metro di pomici e lapilli.

La stessa fine fecero con tutta probabilità gli abitanti del loro villaggio e di tutti gli altri insediamenti posti ad Est-Nord-Est del vulcano, nel raggio d’azione dell’eruzione. È verosimile invece che gli abitanti di zone più distanti si siano potuti salvare.

📍 A conclusione dell’evento eruttivo tutto il paesaggio era completamente trasformato.

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3° galleria: I volti dei fuggiaschi:

Attualmente è possibile ricostruire la fisionomia di un uomo del passato utilizzando le ossa del suo cranio.

Per tre individui di San Paolo Belsito, un maschio morto all’età di 25 anni, una donna morta a 18-20 anni, e un fanciullo morto all’età di 3-4 anni, si è partiti dal calco dei loro crani.

Il risultato finale delle tre ricostruzioni ci ha restituito tre volti di sorprendente somiglianza, tanto che si è propensi a credere di essere di fronte a membri tra loro strettamente imparentati o quanto meno che essi facessero parte di un gruppo fortemente endogamico.

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4° galleria: Le capanne

Le abitazioni avevano una pianta a forma di ferro di cavallo, con l’ingresso situato nella parte rettilinea, protetto da una tettoia sporgente. Una porta, che si apriva verso l’interno e in direzione della parete sinistra, consentiva l’accesso all’abitazione.

Le capanne erano strutturate a due navate. Il tetto era sostenuto da pali assiali e presentava una forte pendenza, poggiando anche su pali più corti disposti lateralmente all’interno della capanna.

Le pareti, inclinate, erano costruite con una struttura formata da paletti verticali, posti ogni 40 cm circa, e da correntini orizzontali ogni 25 cm.

Questa intelaiatura era ricoperta da fasciami di giunchi o paglia, probabilmente impermeabilizzati con strati di argilla che arrivavano fino a terra.

I paletti e i correntini erano legati tra loro con corde, le cui tracce sono state trovate impresse nel fango.

All’interno, lungo i lati delle capanne, si trovavano graticci verticali realizzati con rametti intrecciati.

Questi creavano una sorta di parete obliqua che formava un’intercapedine con funzione di camera d’aria, usata anche come ripostiglio.

Nella capanna più grande si ipotizza la presenza di un ammezzato, raggiungibile tramite una scala a pioli di legno, di cui è stata ritrovata l’impronta.

Internamente le capanne erano suddivise in due o tre ambienti comunicanti, separati da tramezzi di legno.

La zona absidale era probabilmente adibita a dispensa, dove venivano conservati grandi vasi contenenti derrate alimentari.

Gli ambienti centrali, con pavimento in terra battuta, ospitavano il focolare, il forno e le fosse per la raccolta di rifiuti o dell’acqua, e venivano utilizzati come spazi di soggiorno.

Le capanne variavano per dimensioni:

La più grande (n.3): 9 x 15 m, altezza circa 5 m.

La più lunga (n.4): 15,60 x 4,60 m, altezza 4,30/4,50 m.

La più piccola (n.2): 7,50 x 4,50 m, altezza 4,30/4,50 m.

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