Il colera a Napoli

Nella foto allegata si nota un assembramento di persone che protestano per avere il vaccino anticolerico, infatti siamo nel 1973 e ci troviamo in piazza Municipio nei pressi del palazzo della Banca di Roma, a sinistra guardando palazzo San Giacomo, la traversa che si vede sulla sinistra è via Ruggero Leoncavallo che dalla piazza porta a via Santa Brigida.

Quell’anno si verificò una epidemia di colera nelle aree costiere delle regioni Campania, Puglia e Sardegna tra il 20 agosto e il 12 ottobre e causarono complessivamente 24 decessi.

Probabilmente causata dal consumo di cozze crude, provocò un grande allarmismo nella popolazione, all’ospedale Cotugno di Napoli vennero ricoverate 911 persone in dieci giorni, ma già pochi giorni dopo l’inizio dell’emergenza venne avviata la più grande operazione di profilassi nel secondo dopoguerra che portò alla vaccinazione di circa un milione di napoletani in appena una settimana, grazie anche all’aiuto dell’impiego delle siringhe a pistola messe a disposizione dalla Sesta flotta degli Stati Uniti d’America e adoperate già nella guerra del Vietnam.

Ad allarmare la popolazione fu il quotidiano “Il Mattino” che aprì la prima pagina con la notizia di sette morti (cinque a Torre del Greco e due a Napoli) e più di 50 ricoverati all’ospedale Cutugno e chiaramente in brevissimo tempo si scatenò il panico tra la popolazione che fece registrare rivolte, blocchi stradali, rifiuti incendiati e assalti ai camion della disinfestazione.

Paolo Cirino Pomicino, all’epoca assessore ai cimiteri di Napoli fu accusato di nascondere centinaia di cadaveri per occultare l’emergenza mentre le autorità provvedettero ad iperclorinare le acque dell’acquedotto municipale, proibendo la vendita dei frutti di mare e sequestrandoli nei ristoranti, avviando una campagna straordinaria di raccolta dei rifiuti, pulizia delle strade e disinfestazione dalle mosche, vennero interdette le spiagge e le aree di balneazione, ispezionati teatri, cinema e altri luoghi di aggregazione.

Il 31 agosto, quando all’ospedale Cotugno di Napoli risultavano ricoverati già 220 pazienti sospettati di aver contratto la patologia, i cittadini partenopei assediarono il municipio di Napoli, (guarda la foto allegata, la zona evidenziata nella nuova foto si riferisce a quella inquadrata nella vecchia) data la carenza di vaccini e sulfamidici, mentre i limoni (il cui succo può attenuare gli effetti del vibrione) erano ormai disponibili solo al mercato nero a prezzi proibitivi.

A Ercolano i carabinieri furono costretti a disperdere la folla con il lancio di lacrimogeni e si vietò il commercio di molluschi, pesci e fichi disponendo il sequestro delle cozze, ma ciò provocò la rivolta dei pescatori professionali che per protesta mangiarono i loro prodotti ittici crudi per evidenziarne la purezza, tuttavia, il vibrione venne rinvenuto solo nelle vittime e non nelle cozze:

Della serie ” non è vero ma ci credo” in tale occasione non avvenne il prodigio della liquefazione del sangue del santo contenuto nell’ampolla.
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