I rapporti tra “l’Impero Russo” e il “Regno delle due Sicilie”

I DUE REGNI

Nel XIX secolo le monarchie che governavano l’Europa, a secondo delle esigenze politiche e territoriali del momento, cercavano alleanze vicendevolmente ora con l’una e ora con l’altra.

Tra questi ve ne erano due tra i piu ricchi del vecchio continente, completamente opposti sia geograficamente che caratterialmente, ma forse per questo reciprocamente attratti.

Una era posta nel profondo sud dove il sole e l’aria mite del clima erano una caratteristica costante, il regno che essa monarchia governava era denominato” delle due Sicilie”, e il cui sovrano, Ferdinando II, guardava con profonda ammirazione il tipo di governo paternalistico di Nicola I, zar dell’impero russo.

 

Nicola I Romanov fu imperatore di Russia dal 1825 fino alla sua morte e, con lui, l’impero raggiunse la sua massima espansione.

Re anche di Polonia e granduca di Finlandia, aveva in moglie Carlotta di Prussia la quale, alla morte del consorte, diventò imperatrice di Russia con il nome di Aleksandra Fёdorovna.

Il sogno dell’imperatrice era di vivere in una “terra climaticamente e caratterialmente felice” e suo fratello Friedrich Wilhelm, adorava l’Italia e la conosceva perfettamente, ed in egual modo tutti i suoi parenti a tal punto che un viaggio nella penisola italica divenne assolutamente indispensabile.

Dopo la morte nel 1844 della figlia più giovane, la salute dell’imperatrice peggiorò tanto che i medici di Corte di San Pietroburgo, nell’estate del 1845 le diagnosticarono un aneurisma al cuore che minacciava la sua vita ad ogni minuto.

Per vincere questa terribile malattia le consigliarono, come migliore cura, di trascorrere l’inverno in una terra dal clima caldo e mite.

Tra tutte le destinazioni possibili del sud europa, come residenza ideale per la cura, fu scelta una regione del nostro regno, la Sicilia, per il sole, il calore, il Mar Mediterraneo, il verde di parchi, giardini, foreste, boschi di agrumi in fiore, mirto, ulivi, viste meravigliose e monumenti della storia antica.

Tutto questo, secondo i medici di corte, avrebbe dovuto avere un effetto benefico sulla salute e sullo stato mentale dell’imperatrice Alexandra Fedorovna la quale trovò ospitalità in una piccola villa di Butera vicino Palermo, che le fu messa a disposizione dalla principessa Shahoskoy.

Qui vi giunse nel 1845 con il marito (che si trattenne per soli 40 giorni), il fratello Principe Alberto di Prussia, la figlia Gran Principessa Olga, e un numeroso seguito della Casa Imperiale, e la parentesi duosicula fece cosi bene alla sua salute da decidere di rimanervi fino alla primavera successiva.

Avere un imperatore russo in visita pacifica nella propria terra, destò molta curiosità, ma soprattutto e stranamente, tanta simpatia del popolo palermitano nei confronti dei sovrani nordeuropei, nonostante si ricordasse, a chi ne era all’oscuro, la feroce repressione della insurrezione polacca ordinata proprio dallo zar.

Al momento di tornare in Russia lasciando Palermo, lo zar si fermò a Napoli come doveroso atto d’omaggio al sovrano della terra che l’aveva ospitato ma l’incontro formale fra i due sovrani fece notare a Nicola II in quali difficoltà si dibattesse la dinastia Borbone nelle Due Sicilie.

Lo zar si rese conto che Ferdinando, ostinato nelle sue chiusure, non aveva idee chiare sulla situazione internazionale e, con fare paternalistico, si impegnò a dare buoni consigli.

Gli consigliò, fra l’altro, di tenere buoni rapporti con la Francia di Luigi Filippo ma soprattutto con l’Austria che costituiva un punto di riferimento certo nell’equilibrio geopolitico europeo e, in ogni caso, doveva diffidare sempre dell’Inghilterra.

Tra i due Regni nacque un’amicizia cosi salda che Ferdinando II in seguito si rifiutò di entrare nella guerra di Crimea contro la Russia, nonostante la forte pressione da parte dell’ Inghilterra e della Francia.

Al ritorno a San Pietroburgo, allora Capitale di Russia, lo Zar fece inviare in dono a Ferdinando II di Borbone due monumentali sculture equestri,  copie dei quattro gruppi equestri in bronzo visibili ancora oggi nella città russa, sui quattro angoli del Ponte Anickov sul fiume Neva.

Questi omaggi, anche conosciuti come “Cavalli russi”, raffigurano due palafrenieri (dioscuri)  nell’atto di domare i cavalli, e furono posti inizialmente sul cancello d’ingresso dei giardini reali in Via San Carlo e, solo alla fine dell’Ottocento, furono spostati nell’attuale posizione frontale al Maschio Angioino.

Questa appena descritta,  è una storia vera ma un po’ “romanticizzata” della scelta del regalo dello zar al re duosiciliano per l’accoglienza ricevuta, infatti esiste una versione “ tecnica” che da piu valore alle due opere, poiché dimostra che i cavalli non erano delle semplici copie di quelli esistenti a San Pietroburgo, bensì due originali e la verità sembra essere la seguente:

Sul Ponte Aničkov che sovrasta il fiume Fontanka, vi sono oggi, quattro gruppi equestri in bronzo.

Nel 1841 sul ponte vi erano altri diversi 4 gruppi di cui due, poco dopo l’inaugurazione, furono donate dallo zar al re di Prussia Federico Guglielmo III, le restanti due composizioni, nell’aprile del 1846 furono rimosse anch’esse per essere regalate a Ferdinando II in occasione della visita di Nicola II a Napoli, le sculture sono ora note come “i Palafrenieri”.

Il motivo per cui furono regalati tutte e quattro le statue equestri lasciandone il ponte momentaneamente privo, fu per l’intenzione di voler comporre, in quattro opere, una scena intitolata “Il cavallo domato dall’uomo”, e che rappresentano le quattro fasi del Domatore che cade, si alza, doma il cavallo e lo guida già ferrato, è probabilmente potrebbero rappresentare  degli avvenimenti storici locali come i nostri leoni di piazza dei Martiri.

Il trasporto del delicatissimo carico avvenne su una nave per via mare e fu affidato ad un capitano procidano conosciutissimo per le sue qualità marinaresche.

Ma lo scambio russo/duosiculo non si fermò qui, l’ammirazione fu reciproca in tanti campi ed in tempi differenti, infatti Nicola II fu molto colpito non solo dal clima e dalla natura rigogliosa, ma anche dalla cultura, dall’enogastronomia e dai primati scientifici e tecnologici, come la Stazione Zoologica Anton Dhorn e il Reale Opificio di Pietrarsa.

Per quanto riguarda l’opificio, Nicola II volle realizzare una fabbrica uguale a quella di Pietrarsa che lo zar visitò durante il suo soggiorno e che tanto ammirò nell’organizzazione, nella produzione e nell’alta tecnologia messa in opera nel complesso ferroviario dando poi ordine, nella città di Kronstadt, una località isolana di fronte la Capitale russa, di fare un pianta dello stabilimento con la stessa sistemazione delle macchine che vi era nella fabbrica napoletana.

Nell’arte culinaria a Napoli si cominciò a gustare la bontà del baccalà del baltico e l’importanza del grano duro che aprì la strada a lavorazioni pregiate come quella della pasta e della pastiera napoletana.

Un aneddoto sul grano russo, racconta che Maria Teresa D’Austria, consorte del re Ferdinando II di Borbone, soprannominata dai soldati “la Regina che non sorride mai”, dopo aver assaggiato una fetta di pastiera fatta col medesimo grano,  esternò un sorriso e che a questo punto il Re avrebbe esclamato: “Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo”.

Purtroppo morti i due sovrani, le relazioni politiche russo-napoletane, il cui picco si ebbe a metà del XIX secolo, caddero in rovina e il grande impero russo, nel 1861, assistette impassibile alla caduta del Regno delle due Sicilie.

Scambio culturale anche nella musica con la presentazione a San Pietroburgo dei successi del Teatro San Carlo, Giovanni Paisiello, ultimo grande maestro del ‘700 napoletano, passò gran parte della sua carriera alla corte della Zarina Caterina I di Russia, accettando l’incarico triennale di direttore musicale degli spettacoli nella neonata San Pietroburgo.

La scelta della zarina era caduta su Paisiello per l’interessamento dell’imperatore Giuseppe II, la cui politica teatrale esercitò un chiaro influsso su quella pietroburghese.

Egli partì per la Russia con la moglie, divenne subito insegnante di musica della Granduchessa Maria Fjòdorovna, consorte dell’erede, mentre il principe Grigorij Aleksandrovič Potëmkin gli commissionò varie composizioni per festeggiare la nascita del granduca Alessandro.

Anche la canzone più famosa del mondo, ‘O sole mio, scritta nel 1898 ad Odessa, la compose Edoardo Capurro in un momento di nostalgia durante un tour in Ucraina, allora sotto controllo russo, con suo padre violinista in un’orchestra, dato che i musicisti napoletani erano richiestissimi in tutti i teatri dell’impero, e sembra che, per la composizione della nota canzone, sia stato ispirato da una splendida alba sul mar Nero.

E fu anche un astronauta russo che portò nello spazio, nel 1961, la nota canzone, quando Juri Gagarin, durante il primo viaggio dell’Uomo nello Spazio, nel silenzio della sua astronave, cantò le strofe di ‘O Sole Mio, e Napoli, nel 2017, lo omaggiò con una statua nell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte.

Tracce di origine russa ancora oggi si vedono nella vita quotidiana di tutti i giorni, infatti a metà dell’800, il diplomatico zarista Andrej Popov inviato in Italia, si innamorò della naturale bellezza del Regno delle due Sicilie e di una nobildonna francese che si trovava alla corte di Ferdinando II di Borbone, ed in seguito, nei primi del ‘900, la loro discendenza creò a Napoli un piccolo impero nell’ambito commerciale delle lavanderie cambiando il nome in Papoff e in cui trovarono lavoro decine di napoletani ma che, purtroppo, chiuse i battenti nei primi anni del 1990 lasciando in più parti “residui archeologici cittadini” delle sue pubblicità.

Anche l’architetto Karl Ivanovich che disegnò letteralmente l’ex capitale russa di San Pietroburgo tracciando strade, palazzi e quartieri con lo stile neoclassico tanto caro alla Napoli borbonica, era napoletano.

Il suo vero nome era Carlo Rossi, napoletano e figlio di una ex ballerina russa. Si trasferì in Russia e visse lì fino alla morte, numerosissimi sono gli edifici di San Pietroburgo da lui progettati e ispirati alle architetture napoletane, su tutti il Teatro Aleksandrinskij con la facciata assai simile al San Carlo, e la Cattedrale della Madonna di Kazan, che presenta notevoli somiglianze con la Basilica San Francesco di Paola, ma in questo caso la chiesa russa è stata costruita prima di quella napoletana e non ci sono prove certe di influenze architettoniche reciproche.

Come esempio del grande rispetto ancora esistente del popolo russo verso quello napoletano, vi è un cartone animato, completamente di manifattura russa, creato nel XX secolo, in cui si racconta, in una napoli moderna ma alquanto “borbonizzata”, la storia di uno scugnizzo di nome Ciccio, il quale trova un mappamondo magico con cui cercherà di aggiustare e quindi salvare il mondo.

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