PERCHE QUELLA CHE OGGI È UNA DEGRADANTE PERIFERIA È DENOMINATA “POGGIOREALE”?

L‘area di Poggioreale non è sempre stata una degradata “periferia” come adesso siamo abituati a vederla e, nonostante abbiano cercato di rivalutarla con la costruzione del Centro Direzionale che alla fine è un semi-fallimento, ed altre piccole accortezze, non sono riusciti a ridare al quartiere il suo originale valore, non per nulla era un Poggio “Reale”

Dal 1484 per chi volesse uscire alla città per andare nella zona del reale poggio, avrebbe dovuto attraversare porta Capuana, la più grande e rappresentativa tra le porte ancora esistenti a Napoli, e ci si dirigeva quindi verso est.

Fino a pochi secoli prima, nella zona orientale fuori le mura, scorreva il fiume Clanis, (ma si dice anche il mitico Sebeto) che alimentava una vasta zona paludosa.

Da un lato la palude era garanzia di sicurezza in caso di guerra, dall’altro però, in tempi di pace, ostacolava le comunicazioni.

Furono, per questo, costruite strade che, guadando fiumi e paludi con ponti (un esempio ancora di toponomastica esistente è il “ponte di Casanova”) rendevano piu agevole il dirigersi verso il sistema collinare di Poggioreale e Caput de clivo (oggi Capodichino).

Cosi facendo, si riuscì a trasformare una terra paludosa, come tutta l’area est di Napoli da Capodichino fino al ponte della Maddalena, in uno dei luoghi più ameni e interessanti posti fuori le mura della città.

 Il termine “Poggioreale” infatti deriva dal nome della collina (poggio), che ospitava una Villa Reale, edificata verso la fine del Quattrocento da Alfonso II d’Aragona.

Essa costituiva senza alcun dubbio una delle più suggestive ville suburbane italiane risalenti al XV secolo e fu realizzata in un’area già caratterizzata dalla presenza di splendide dimore signorili che vantavano rigogliosi giardini e splendide fontane.

Questa villa era compresa in un’area tra le attuali via del Campo, via Santa Maria del Pianto e le vie nuova e vecchia Poggioreale.

 Infatti nel 1485 il re Ferrante I di Napoli provvedette alla bonifica della zona e realizzò dei canali di scolo come il Fosso reale e il Fosso del Graviolo che debellarono la malaria nella capitale.

Nel medesimo periodo, nella zona sorsero numerose ville di svago della nobiltà napoletana del Rinascimento e proprio nell’area di Poggioreale, intorno al 1487, il Duca di Calabria e futuro re Alfonso II, acquistando una masseria al “Dogliolo”, decise di realizzare una residenza reale extra moenia, forse ad imitazione di quelle che andava realizzando il suo alleato Lorenzo il Magnifico.

Per la costruzione dell’edificio e dei suoi annessi, Alfonso utilizzò la sua autorità per espropriare terreni, spesso senza indennizzo, diventando il luogo privilegiato per i ricevimenti della corte.

Nel 1494, a causa dell’invasione francese condotta da Carlo VIII, il re Alfonso fuggì in Sicilia e dalla villa partenopea raccolse le suppellettili più preziose; di lì a poco l’immobile cadde in abbandono e, in seguito, per far fronte a problemi economici, il re Ferdinando II di Napoli cedette parti della villa e dei giardini che vennero poi adibiti a coltivazione.

La struttura, che ormai era decaduta, si ritrovò al centro della battaglia di Odet de Foix per la conquista della città di Napoli e, a causa della distruzione dell’acquedotto si scatenò una epidemia di malaria che distrusse l’esercito francese che dovettero ritirarsi e, contemporaneamente, l’area di Poggioreale divenne nuovamente malsana.

Nel 1604 cominciò la rinascita del complesso. Il viceré Juan Alonso Pimentel de Herrera, infatti, decise di abbellire il percorso della villa reale, con filiari di alberi e fontane ma con la peste del 1656 il complesso cade nuovamente in rovina.

La collinetta di Poggioreale divenne, da quel momento, luogo di sepoltura per gli appestati e la villa voluta dal re Alfonso II cadde in abbandono e il suo palazzo e i suoi giardini furono ridotti a colture.

In seguito dal 1762 sulle precedenti rovine della villa venne eretto il cimitero determinandone la completa cancellazione, tanto che la stessa localizzazione del sedime dell’edificio risulta difficile.
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