“Sciuscià”

Il lavoro principale per i ragazzini a cavallo dei due secoli XIX e XX, era il lustrascarpe, mestiere che ebbe un suo grande ritorno a fine seconda grande guerra e che vide i soldati americani come clienti abitudinari E che diedero a questi ragazzini il nome di “shoe shine” ossia “lustrascarpe” da cui derivò il termine napolitanizzato “sciuscià”.

 

Il Lustrascarpe, trovata una sua postazione fissa, attirava l’attenzione dei passanti al richiamo di “Pulizzamm pulizzamm….”. e, seduto su uno scannetto e con la cassetta degli attrezzi a lato, sistemava il pezzo di legno su cui far poggiare il piede del cliente.

Quando lo sciuscià iniziava il lavoro, toglieva prima il fango e la polvere dalle scarpe con una sua mistura, poi cominciava a strofinarle e, quando finiva con una, avvertiva il cliente del cambio di piede con un tocco di spazzola sulla cassetta, cliente che, durante la lavorazione passava il tempo chiacchierando con un amico al loro fianco o leggendo un giornale

L’ultimo tocco era una passata con la seta di un vecchio ombrello dopodichè esclamando al cliente “è servito” riceveva il compenso quasi sempre misero ma utile per sfamare la famiglia.

Nella foto datata nella decade del 1920, vediamo un piccolo sciuscià all’opera nei pressi della scala di ingresso al Museo Archeologico Nazionale di Napoli ad incrocio tra piazza Cavour e via Costantinopoli.

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