Quando la realtà supera la leggenda (A fenestella e marechiare)

Napoli è famosa in tutto il mondo per le sue bellezze di varie tipologie e origini.
Numerose sono le attrazioni artistiche di qualsiasi epoca e cultura; altrettatto sono le “opere d’arti” che la natura, in accordo con il nostro “creatore”, ci ha devoluto senza parsimonia.

 

Forse però, unica al mondo, fa parlare di se dappertutto al pari di oggetti d’arte dell’uomo e della natura, anche di oggetti apparentemente insignificanti.

 

Un oggetto, molto semplice e anonimo, grazie ad un grande cantante e al suo cantare simile a raccontare poesie, ha reso famoso qualcosa che fino ad allora era completamente sconosciuto…

 

Marechiaro è un piccolo borgo che si trova nel quartiere Posillipo e da cui si può ammirare la vista panoramica dell’intera città di Napoli, del Vesuvio, fino ad arrivare alla penisola sorrentina e all’isola di Capri che compare esattamente di fronte alla tipica spiaggetta del borgo.

 

Il suo nome non viene, come comunemente si pensa, dalla trasparenza delle acque del mare di Posillipo, ma dalla loro quiete. Già in alcuni documenti del periodo svevo si parla di mare planum tradotto in napoletano mare chianu da cui l’odierno Marechiaro.

 

Una leggenda narra che il poeta e scrittore napoletano Salvatore Di Giacomo, vedendo a Marechiaro una piccola finestra sul cui davanzale c’era un garofano, ebbe l’ispirazione per quella che è una delle più celebri canzoni napoletane: Marechiare.

Quella finestra esiste ancora, e c’è sempre un garofano fresco sul davanzale, oltre ad una lapide celebrativa in marmo bianco con sopra inciso parte dello spartito della canzone e il nome del suo autore (morto nell’aprile del 1934).

L’Archivio della Canzone Napoletana testimonia l’esistenza di quasi duecento canzoni classiche dedicate a questa piccola zona di Posillipo, o che la nominano soltanto, ed un gran numero di poesie.

Parallelamente alla leggenda, c’è la storia reale che racconta tutt’altra cosa e che, paradossalmente, diventa anche essa leggenda.

Salvatore Di Giacomo, prima di scrivere i suoi versi piu belli, non era mai stato a Marechiaro ma la scrisse stando seduto in un caffè ipotizzondo che a Marechiaro ci dovesse stare una finestra con un un vaso di garofani e che a quella finestra si affacciasse una ragazza di nome Carolina.

Dopo alcuni anni Salvatore Di Giacomo andò a Marechiaro e si accorse che in effetti c’era davvero una finestra adornata da un vaso di garofani.

Apparteneva a una trattoria la cui cameriera si chiamava, guarda caso, Carolina e l’oste, che non conosceva di persona Di Giacomo, gli raccontò che l’autore di  “A Marechiare” aveva composto quei versi dopo aver fatto colazione nella sua trattoria.

 

Ancora oggi, da quella finestrella, fa bella presenza un fascio di garofani e, chiedendo spiegazione alla proprietaria della trattoria, ci si sente rispondere: “Carolina era la prima moglie della buonanima di mio nonno Carmine Cotugno. Mio nonno era amico fraterno del poeta Di Giacomo ”.

La canzone divenne in breve tempo talmente celebre in tutto il mondo da essere tradotta in più lingue,  persino in latino.

 

…e per emozionarsi con la lettura dell’idioma napoletano, ecco il testo:

Quanno spónta la luna a Marechiaro,
pure li pisce nce fanno a ll’ammore…
Se revòtano ll’onne de lu mare:
pe’ la priézza cágnano culore…

Quanno sponta la luna a Marechiaro.

A Marechiaro ce sta na fenesta:
la passiona mia ce tuzzuléa…
Nu garofano addora ‘int’a na testa,
passa ll’acqua pe’ sotto e murmuléa…

A Marechiaro ce sta na fenesta….

Chi dice ca li stelle só’ lucente,
nun sape st’uocchie ca tu tiene ‘nfronte!
Sti ddoje stelle li ssaccio i’ sulamente:
dint’a lu core ne tengo li ppónte…

Chi dice ca li stelle só’ lucente?

Scétate, Carulí’, ca ll’aria è doce…
quanno maje tantu tiempo aggi’aspettato?!
P’accumpagná li suone cu la voce,
stasera na chitarra aggio purtato…

Scétate, Carulí’, ca ll’aria è doce!…

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