Vigliena – eroi senza gloria

INTRODUZIONE

In Italia, la rivoluzione francese ebbe effetti più marcati che del resto d’Europa, questo grazie soprattutto alla presenza delle armate francesi, nella nostra penisola, durante la Campagna d’Italia di Bonaparte e negli anni successivi, fino al 1799.

Nel 1798, il Regno di Napoli cercò di fermare la loro avanzata ma nulla poté contro la “Grand armèè” del generale Jean Étienne Championnet che, rapidamente, sbaragliò l’esercito napoletano costretto alla ritirata.

Vistosi in pericolo, a re Ferdinando non restò altro che imbarcarsi sul Vanguard dell’ammiraglio Nelson, suo alleato contro le mire espansionistiche francesi, con tutta la famiglia, e cercare riparo a Palermo.

A favorire l’ingresso degli invasori francesi in città, furono i napoletani con fede repubblicana, giacobini e filofrancesi, che riuscirono, con uno stratagemma, a conquistare la fortezza di Castel Sant’Elmo e, da lì, aprire il fuoco sui lazzari che, fedeli al re Ferdinando, ostacolarono con ogni mezzo, l’invasione dei francesi e, con l’ appoggio di questi ultimi, venne proclamata la Repubblica Napoletana, mentre i lazzari, plebe napoletana, morirono a migliaia.

Ma la neonata Repubblica, non ebbe mai un largo appoggio per vari motivi e, per questo, nel resto delle province, la situazione rimase sempre a favore del re Ferdinando.

REAZIONE ALLA ISTAURAZIONE DELLA REPUBBLICA

Il cardinale Fabrizio Ruffo, già “Soprintendente dei Reali Dominii di Caserta” e della colonia manifatturiera di San Leucio, di sua iniziativa mosse in difesa della religione e del sovrano legittimo e si diresse a Palermo per chiedere al Re uomini e navi per riconquistare il Regno.

Ricevuto il titolo di “Comandante Generale”, il Ruffo ottenne una nave e sette uomini e, salpando da Palermo, sbarcò in Calabria dove schiere di contadini si arruolarono fino a raggiungere il numero di 25.000 uomini.

Il cardinale chiamò il suo esercito “Armata Cristiana e Reale”, oggi conosciuto come “Esercito della Santa Fede”.

Attraversate senza problemi la Calabria e la Lucania, approfittando del richiamo di gran parte dell’esercito francese nell’ Italia settentrionale per fermare l’avanzata austro-russa, l’esercito del Ruffo si avvicinò a Napoli e, dopo aver riconquistato Nola, Somma Vesuviana e Portici, si avviò verso la capitale.

Intanto gran parte delle truppe francesi, in seguito alle sconfitte subìte ad opera degli Austro-Russi, dovettero ritirarsi da Napoli e, rimasti senza un forte appoggio dell’esercito napoleonico, i repubblicani napoletani restarono praticamente soli a dover affrontare l’armata sanfedista.

 

I CASTELLI

La città di Napoli è l’unica, al mondo, ad avere innalzato, a sua difesa, durante 2000 anni di storia, ben 7 castelli.

Cinque di essi li conosciamo e, chi prima e chi dopo, si vennero a trovare tutti all’interno della cinta difensiva che si espandeva sempre di più.

Castel dell’ovo, il nostro primo baluardo, sull’isolotto di Partenope; Castelcapuano inizialmente fuori le mura ma poi diventato palazzo di Corte una volta spostata porta Capuana; Castelnuovo diventato Icona di Napoli; Castel sant’Elmo costruito per avere tutto il golfo della città sotto controllo; e il castello del Carmine, costruito nello “sperone” della città, ad angolo del limite orientale delle mura aragonesi a difesa di terra e mare.

Altri due, un po meno conosciuti, più che castelli erano fortezze, furono messi nella loro posizione come avanposti difensivi o di guardia alle estremità costiera della città, l’uno a ovest e l’altro a est.

 

La fortezza occidentale fu costruita sull’isola di Nisida, forse in epoca angioina, e riadattata nel XVI secolo come caposaldo nel sistema difensivo della città pianificato dal viceré don Pedro de Toledo a seguito delle reiterate scorrerie del “pirata Barbarossa”.

Nel 1626, anno della terribile epidemia di peste, fu adibito a lazzaretto per raccogliere gli appestati.

La fortezza orientale era, invece, sistemata nell’unico punto di passaggio, a prima difesa della città, per eventuali invasori provenienti dal sud e dall’est.

Tutta la zona che andava dalla collina di Poggioreale fino al mare, era terreno paludoso difficile da attraversare e l’unico punto di accesso, per millenni, fu il ponte della Maddalena, e lo sapeva benissimo Belisario che conquistò la città attraversandolo, ma anche il Francese Lautrec che invece per attraversarlo vi trovò la morte.

Dal 1702, come primo baluardo a difesa del passaggio e quindi della città, il marchese di Vigliena e viceré di Napoli Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga, vi volle costruire una fortezza a cui diede in nome il suo titolo, “Vigliena”, situata sulla spiaggia tra il suddetto ponte e San Giovanni a Teduccio.

 

PRELUDIO ALLO SCONTRO

Intanto l’esercito dei Sanfedisti, appostato sulla zona vesuviana, alla notizia dei pochi francesi ormai rimasti a difesa della “Repubblica Napoletana”, dopo aver riconquistato Portici, si rimise in marcia verso Napoli ma, sul loro cammino, vi era ancora un ostacolo da affrontare prima di arrivare in città.

Contro l’avanzata del Cardinale Ruffo e della sua armata che marciavano sotto una bandiera nera con su scritto “vincere, vendicarsi, morire”, si formò in città un esercito di volontari decisi a fermarli a costo della propria morte, la “Legione Calabra”.

Uomini  male armati e poco organizzati, ma pronti al sacrificio estremo per la difesa della libertà da poco conquistata.

 

LA FORTEZZA

La “Legione Calabra” rimase in città a presidio di Castel Nuovo e del piccolo forte di Vigliena, dove vi si appostarono circa centocinquanta uomini della Legione, al comando del sacerdote di Corigliano Calabro Antonio Toscano.

La fortezza di San Giovanni a Teduccio era alta solo sei metri, di forma pentagonale e circondato da un fossato largo ben nove metri e profondo cinque.

Dotato di parapetto e fuciliera di guardia, era in grado di portare attacchi di sorpresa contro eventuali invasori, che avrebbero subìto il tiro dei cannoni posti sui due lati frontali oltre alle fucilate provenienti dalle numerose feritoie disseminate lungo le mura, in pratica quasi inespugnabile in breve tempo.

 

LO SCONTRO

Il 13 giugno 1799 cominciò il massacro, calabresi in attacco contro calabresi in difesa, religiosi contro religiosi, ad attaccare furono tre battaglioni sanfedisti provenienti dalla Calabria e, successivamente al loro attacco, la fortezza fu investitata da un intenso fuoco di artiglieria russa, per i difensori cominciò il massacro, le morti furono numerose e il presidio, da 150 uomini, in poco tempo, fu ridotto ad una sessantina.

Rimasti in pochi e sapendo di non poter più respingere e resistere al violento attacco, venne presa una drastica decisione.

Francesco Lomonaco, patriota ed intellettuale meridionale che nel commentare le ultime ore del “Forte di Vigliena” scrisse:

«Il Primo che innalzò lo stendardo dell’eroismo fu Francesco Martelli.

Costui, quando vide che il forte non potea più resistere, disse a’ suoi compagni: “Bisogna morire liberi piuttosto che sopravvivere alla servitù” Sicchè egli stesso accese la polvere, (contenuta ancora in gran quantità nei magazzini) la quale colla sua esplosione rovesciò le mura della rôcca», determinò così la propria morte, quella dei suoi uomini e di gran parte dei calabresi sanfedisti.

(Altre fonti storiche dicono che a dar fuoco alle polveri sia stato lo stesso sacerdote calabrese comandante del forte Antonio Toscano).

Tra i difensori, un solo repubblicano si salvò, un certo Fabiani, egli riusci a gettarsi in mare prima che l’esplosione smembrasse anche lui.

Fu una visione apocalittica, il boato, oltre a causare distruzione in un larga area, si sentì in tutta la città e così, Alexandre Dumas, nel suo saggio sui Borbone di Napoli, descrisse l’accaduto:

«In quel punto, s’intese una spaventevole detonazione, ed il molo fu scosso come da un terremoto; nel tempo istesso l’aria si oscurò con una nuvola di polvere, e, come se un cratere si fosse aperto al piede del Vesuvio, pietre, travi, rottami, membra umane in pezzi, ricaddero sopra larga circonferenza.»

Del forte di Vigliena restava ben poco.

 

RIFLESSIONI

E come allora, anche oggi, della valorosa fortezza e dei suoi eroi, non rimane nulla.

Dei suoi difensori, patrioti o rinnegati che fossero, non una lapide, non un ricordo, nessuna insegna a ricordare la posizione, solo lamiere che interdicono anonimamente l’area in una strada portuale forse volutamente abbandonata.

Una strage di uomini ed eroi che non servì a nulla, nemmeno ad essere ricordati ai posteri come difensori di un ideale a cui si erano votati a costo della propria vita, a combattere vi erano giovani uomini e donne, in tanti erano intellettuali calabresi.

Distrutta la fortezza, l’esercito della “Santa Fede” tirò dritto, sbaragliò l’ultimo ostacolo sul ponte della Maddalena di quello che restava dell’esercito francese, in poco tempo ebbe ragione del castello del Carmine, e dilagò in città, riconquistando il baluardo della Repubblica Napoletana, Castel Sant’Elmo.

Mentre non si erano ancora calmati gli animi,  il popolo, che rivoleva, a costo della propria vita, il suo re Borbone, distrusse tutti gli alberi della libertà disseminati in città dai rivoluzionari innalzando al loro posto una croce.

Solo sei mesi durò l’deale repubblicano, ma fu una carneficina.

 

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