Un grande Re per una grande Capitale

Nell’anno 1734 prese possesso del trono di Napoli un sovrano che volle fare, della città, una capitale al pari di Londra e Parigi, re Carlo di Spagna.

Vi restò fino al 1759 poi, per diritto di successione, diventò re di Spagna lasciando in eredità al figlio Ferdinando IV, una capitale da fare invidia alle piu belle d’Europa.

In 25 anni di regno commissionò, e fece costruire, opere architettoniche che, a distanza di oltre 250 anni dalla fine del suo regno, dimostrano ancora e con autorità, quello che Napoli fu per l’Europa.

Una delle sue più grandi opere che il mondo intero ci invidia, è il teatro d’opera, che sostituì il piccolo Teatro San Bartolomeo, edificato nel 1620 nelle vicinanze della chiesa di San Bartolomeo dell’ Ospedale degli Incurabili, allo scopo di accrescere i propri introiti grazie ai proventi derivanti dagli spettacoli.

Nel 1737, in circa sette mesi, diede vita al primo teatro d’opera in Europa ed il più antico tra quelli ancora attivi, e gli diede il suo nome, Real Teatro di San Carlo.

E sua anche la costruzione della reggia di Portici che fu, per anni, la residenza preferita anche dei sovrani successivi, e che diede l’impulso, a tutti i nobili che vivevano attorno ai reali, di costruire nelle sue adiacenze, ville prestigiose dando vita al “miglio d’oro”, un miglio di costa, da Portici a Torre del Greco, lungo il quale vennero realizzate lussuosissime residenze aristocratiche.

Ed è ancora una sua iniziativa la reggia  di Capodimonte, concepita inizialmente come casino di caccia per la vasta area boscosa circostante.

Fu in seguito destinata a ospitare le opere d’arte farnesiane che Carlo aveva trasferito da Parma, oltre essere stata la residenza preferita di Giocchino Murat, nel decennio di regenza francese.

Ma la mania di grandiosità del buon Carlo non si fermò qui e, desideroso di costruire un palazzo che potesse rivaleggiare con Versailles in magnificenza, nel 1751 decise di edificare una residenza reale a Caserta, località dove possedeva già un padiglione di caccia e che gli ricordava il paesaggio del Palazzo Reale della Granja de San Ildefonso in Spagna.

La scelta cadde su quella città perché essa, essendo lontana allo stesso tempo dal Vesuvio e dal mare, garantiva protezione in caso di eruzione del vulcano e d’incursioni nemiche dal mare.

Non solo fuori città, ma anche tra le “mura domestiche” il sovrano volle lasciare il suo sigillo. In piazza Dante, all’epoca chiamata ancora “largo del Mercatello“, diede l’avvio alla costruzione del “Fòro Carolino“, costruito a forma di emiciclo e cinto da un colonnato alla cui sommità furono poste ventisei statue raffiguranti le sue virtù.

La nicchia centrale del colonnato avrebbe dovuto ospitare una statua equestre del sovrano, ma non fu mai realizzata per sopravvenuti eventi che cambiarono il corso della storia.

Ma oltre a voler mettere a risalto la sua magnificenza, mirò anche ad alleviare le sofferenze agli indigenti, ai disoccupati, agli orfani ed altri del suo Regno, dando loro ospitalità, nutrimento ed educazione.

Li dove oggi la discesa della Doganella incrocia via Foria ed il secolare Borgo di Sant’Antonio Abate con la sua omonima chiesa, vi era un grande spiazzo che perfettamente si prestava alla posa in opera di un enorme edificio.

Questo largo sarebbe servito alla realizzazione del “Real Albergo dei Poveri” o “Palazzo Fuga” o, nell’uso popolare, “Reclusorio” o “Serraglio”, il maggiore palazzo monumentale di Napoli e una delle più grandi costruzioni settecentesche d’Europa.

Fino al 1891, la piazza antistante la facciata principale fu chiamata piazza del Reclusorio, dalla destinazione che poi prese il palazzo, tre decenni dopo l’unità d’Italia, fu rinominata piazza Carlo III, unica toponomastica rimasta in città a ricordare la dinastia borbonica.

Purtroppo l’opera rimase incompiuta nel suo progetto iniziale per cui la sua mole di oggi rappresenta solo un quinto del progetto originale e, tra le altre, la principale causa della sospensione fu l’ingente cifra necessaria al completamento.

Un fine di questa istituzione caritatevole fu la rieducazione dei detenuti (poiché nel frattempo era diventato anche una sorta di carcere minorile, da qui la denominazione di “serraglio”) e sul valore terapeutico del lavoro.

Altro obiettivo fu di assicurare agli orfani della Santa Casa dell’Annunziata, accolti a partire dal 1802, i mezzi di sussistenza e l’insegnamento di un mestiere che li avrebbero potuti rendere autonomi nella vita quotidiana.

Grazie alla “imponenza” dell’opera, altre istituzioni vi trovarono posto, nel 1838 si insediò una scuola di Musica che fornì per vari anni suonatori provetti alle compagnie militari e dove si avvicendarono insegnanti celebri, tra i quali Raffaele Caravaglios.

Dopo una scuola per sordomuti, si avvicendarono nei suoi locali un Centro di Rieducazione per Minorenni, un Tribunale competente a giudicare le cause riguardanti i minori di diciotto anni, un cinema, delle officine meccaniche, una palestra, un distaccamento dei Vigili del fuoco e l’Archivio di Stato di Napoli civile.

In seguito, un succedersi di crolli dovuti sia alla vetusta’ che a fenomeni sismici, lo fecero svuotare di quasi tutte le sue funzioni e cosi restò per molti decenni, deturpato da una discutibile recinzione esterna, mentre gli spazi adiacenti divenirono ricettacolo di putridume vario.

Negli ultimi anni, dopo aver rifatto la facciata esterna antistante la piazza, sembra che si stia muovendo qualcosa ma se non ci sarà un massiccio intervento di privati, resterà sempre uno stupendo e superbo progetto incompiuto continuamente in rovina.

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