Un fantastico viaggio in tram da Napoli est a Napoli ovest

Riconosco di essere sempre stato, caratterialmente, un incorreggibile sognatore, da sempre i miei cassetti sono pieni di sogni, alcuni impossibili da realizzare, destinati ad atrofizzarsi e riempirsi di polvere, per altri, invece, è solo questione di tempo, devono maturare, ed insieme a loro, dovrei maturare anche io.

E un giorno decisi che quel momento era arrivato, avevo solo 13 anni ed era fine anni ’60, a scuola non brillavo molto ma c’era una materia che mi interessava più di tutte, la geografia, e quando aprivo un atlante mi sembrava di spiccare il volo, sull’Italia, sull’Europa, sul mondo intero, e la fantasia galoppava per mari, monti, fiumi, foreste e savane, già, il mio principale sogno era viaggiare.

A 13 anni può capitare di fare sogni più grandi di te, avevo voglia di far valigia e partire, senza neanche pensare alla direzione da prendere, salire d’istinto su un aereo, una nave, un treno, un tram…si, proprio un tram, anche questo piccolo grande mezzo di trasporto può far sognare un ragazzino, e allora ecco che quel caro, vecchio mezzo di trasporto, certamente alla mia portata, mi dava modo di mettere in moto la fantasia e, nel mio piccolo mondo, cercai di progettare un viaggio che mi facesse sognare, qualcosa che mi facesse credere di andare lontano, attraversando mondi e paesi, ma restando sempre nei miei limiti reali.

Negli anni ’60 a Napoli ancora molte linee urbane erano percorse da tram e, per ragioni pratiche e di sicurezza, a loro erano ormai inibiti i percorsi in pendenza ma, nel centro città e lungo il litorale, erano tante le linee tramviarie che ancora collegavano i quartieri cittadini, e proprio una di queste linee, solleticava non poco la mia fantasia.

All’epoca abitavo nel centro storico di Napoli, lì dove i palazzi sono altissimi e in gran parte ancora senza ascensore, a pochi passi dallo storico palazzo Caracciolo di Santobuono, una delle costruzioni piu antiche della zona, risalente al 1200.

In uno di questi palazzi c’era casa mia, 4° piano nobile, senza ascensore, e gli scalini che iniziavano, dal piano terra, ad altezza “umana” per poi finire, all’ultimo piano, ad una elevazione quasi raddoppiata, da spezzare il fiato a chiunque.

I solai delle scale erano ancora del tipo ad arco con un parapetto in ferro e piperno in ogni ballatoio, che dava modo di affacciare nel cortiletto centrale usandolo a mo’ di citofono vivente.

Il calpestio interno era di basoli, in pietra vesuviana, e il mastodontico portone era di legno massiccio, con la porticina pedonale spessa almeno 30 cm.

E arrivò il giorno che decisi di osare, progettavo questo “viaggio” da molto tempo e mi avviai convinto, scesi le scale, attraversai il cortile, scavalcai la porticina e…via, l’avventura aveva inizio.

Fuori, la strada era piena di auto parcheggiate, come sempre, disordinatamente anche sul marciapiede, tra un alberello e l’altro; fortunatamente via Carbonara era ed è ancora molto larga, c’è abbastanza spazio per tutti, pedoni e auto riuscivano a coinvivere, e non solo loro, enormi cumuli di spazzatura erano usati, ormai fissi, come arredo urbano, i cassonetti non esistevano ancora.

Mi avviai verso porta Capuana alle 9 del mattino di un bel giorno soleggiato, era di domenica e la città sonnecchiava ancora, ma da un basso adibito a “sala giochi” sulla sinistra ad angolo con vico lungo a Carbonara, dei ragazzi già urlavano sfidandosi ai calcio balilla e a flipper, ancora non elettronicizzati, gli unici giochi allora esistenti.

Dai rumorosi giovani si passava subito dopo agli anziani, accanto al “giocoso basso” vi era ( e vi è ancora) una cantina dove, di prima mattina, trovava ricovero chi, ad un caffe nel bar, preferiva un bicchiere di vino; conoscevo bene quel posto, spesso i giorni di festa mio padre mi “armava” di bottiglia di vetro da un litro e mi mandava a riempirla di 3/4 rosso e una gassosa, anche io ne bevevo un po’ a pranzo.

Giunto a porta Capuana, come mia abitudine la mattina dei giorni di festa, dopo aver costeggiato il lato posteriore di Castelcapuano dove ancora oggi è appoggiata la fontana del Formiello, (eretta nelle vicinanze nel 1573 su una precedente struttura omologa medievale e in origine chiamata “Fontana reale con abeveratoio” fu poi smontata e messa in deposito da fine ‘800 fino al 1930 quando fu istallata nella sua posizione attuale, abbandonata per diversi anni e ristrutturata solo pochi anni fa) mi fermai da Michele, angolo via della Maddalena, unico nella zona a quei tempi, colazione a base di pizzetta a portafoglio, 100 lire se ricordo bene, e cominciai a darle i primi morsi stando attento alla colatura d’olio che dall’involucro di carta passava alle mani e mi scivolava lungo i polsi.

Con il sapore in bocca della mitica pizza a portafogli degli anni ’60, mi incamminai, per attraversarla, verso la storica porta passando vicino la statua di san Gaetano, anticamente situata sull’arco della porta ma in seguito, nel 1926, per ragione di sicurezza, trasferita sui giardinetti affianco alla chiesa di santa Caterina a Formiello; una statua non bella, ricordo che aveva una mano molto grande, sproporzionata rispetto al resto, dita squadrate, ne avevo un pò timore.

Oltrepassata la porta, ecco di fronte a me il palazzotto della Pretura, costruito nel 1530 insieme ad una chiesetta dedicata a san Francesco di Paola; ex carcere ed anche ex Pretura, suo destino ora sembra sia “museale”, e al suo fianco, improvvisamente si ravvivò il panorama, uno spiazzo che, per chi abita da quelle parti, è sempre porta Capuana ma definito “lato Pretura”, per distinguerlo da porta Capuana “lato Tribunale”, in realtà è sempre piazza Giovanni Leone.

E li, tra Pretura e Ponte di Casanova, c’era lo stazionamento della Tpn, prima capolinea dei tram, i famosi “papuncielli, il treno che partiva davanti al cinema Casanova per i paesi della provincia di Napoli, poi i tram lasciarono il posto agli autobus che, dalla provincia, riversavano ogni giorno in città migliaia di persone in una allegra confusione degna del miglior mercato popolare mediterraneo.

Piazza Giovanni Leone era una delle piazze più frequentate e commerciali di Napoli, almeno fino a quando la Pretura e il tribunale di Castel Capuano erano ancora attivi, e si vedeva passare di tutto, ogni genere di cose e persone.

In un posto simile non c’era assolutamente da annoiarsi e sicuramente non ci si stancava a vedere agitarsi un numero infinito di persone che salivano e scendevano dai tram e dai bus appena arrivati o in partenza, ma il mio pensiero era altrove e passai subito oltre perche avevo fretta, il mio viaggio non era ancora iniziato.

Mi trovavo ora nei pressi del ponte di Casanova, sede di un mercato affollato da bancarelle di abbigliamento usato, ricordava la mitica Resina di Ercolano, c’era tanta gente ad acquistare, e tutti napoletani, la povertà, a quei tempi, era vera e la griffe non esisteva ancora, oggi quelle bancarelle sono quasi del tutto scomparse.

Poco prima di incrociare via Arenaccia, sulla sinistra una scritta cubitale sul muro della scuola media Aristide Gabelli recitava: “Siamo forti, siamo belli, siamo i ragazzi della Gabelli”, spero per loro che ancora oggi, a distanza di quasi 50 anni, abbiano ancora questa stupenda convinzione.

Proseguendo il cammino, arrivai a piazza Nazionale, grandissima, sempre alberata e ricca di giardinetti su cui affacciavano gli ex uffici della ENPAS (uffici sanitari) , luogo purtroppo caro a mia madre, e il chiosco di un bar con un bilico (bilancia per automezzi) su cui venivano pesati i camion che trasportavano, in modo molto precario, gli scogli per la realizzazione di moli e scogliere, diretti a Mergellina o Bagnoli, ma anche Amalfi e Atrani; oggi impensabile il passaggio di un trasporto simile per le strade cittdine, e dopo alcuni anni, da tecnico, fui io in quello stesso posto, a pesarli.

Fin qui il percorso mi era già noto, frequentavo una scuola media, che ora non ce’ più, in un vicolo adiacente e, da casa, percorrevo lo stesso percorso a piedi, tutti i giorni.

Attraversando la piazza, entravo nell’ignoto, tutto per me era nuovo o quasi, corso malta era solo un grande asse viario a due corsie con, al centro, baracche per la vendita di parti usate di auto demolite, la tangenziale era ancora solo un progetto.

Camminavo lungo il muro perimetrale del carcere, si notavano ancora le torrette per la vigilanza armata, ma da li la storia finiva, si usciva fuori dalla città e nulla più era degno di menzione, non vi era più niente di rilevante, il Centro Direzionale forse non era neanche un progetto, le prime torri spuntarono nel 1995, in compenso sullo sfondo era ancora visibilissimo il Vesuvio.

Continuavo ancora a camminare, la mia meta era ormai vicina, e lì sarebbe cominciato il mio vero viaggio che mi avrebbe permesso di attraversare, da est a ovest, tutta la città.

Conoscevo gia l’emiciclo di Poggioreale, lo avevo visto qualche volta passandoci in auto, ma lo ricordo sempre mal tenuto e addirittura, in alcune parti anche abbandonato, annerito dal fumo e dal tempo.

Solo poco tempo fa seppi che la vecchia costruzione adiacente era uno degli ingressi del muro finanziere voluto da Francesco I nel 1826 ed era l’ultimo dei muri perimetrali della città a circondare tutta Napoli, non più una difesa ma militare ma una difesa esattoriale, ora sembra che venga inglobata nel progetto di uno stazionamento della linea 1 della metropolitana in proseguimento per l’aeroporto di Capodichino; mentre di fronte, faceva, e lo fa tuttora, bella mostra di se l’ingresso monumentale dello storico cimitero di Poggioreale, presente dal 1837.

E al centro dell’emiciclo vi era lui, la mèta del mio viaggio, dei miei desideri e del mio sogno , il mitico tram numero 1, fermo al capolinea e in attesa della partenza.

Dipinto di un denso verde natura, tre alti scalini in ingresso e in uscita, una porta posteriore e una anteriore con gli sportelli in legno con chiusura a fisarmonica, finestrato quanto più possibile, due file di sediolini laterali lungo i finestrini, comodissimi, elegantissimo nella sua semplicità, il conducente anteriormente e in posizione centrale, e nelle sue vicinanze il cartello “vietato parlare al conducente”.

In pochi salivano al capolinea, quindi avevo la scelta del posto, e ne scelsi uno con il finestrino libero da montanti, in pratica uno schermo gigante da dove avrei visto passare tutta Napoli, sul lato sinistro, il lato del mare, sapevo gia che da lì il panorama sarebbe stato molto più interessante.

Ero stato fortunato, giusto il momento della partenza, erano due gli addetti alla linea, uno era il bigliettaio fornito del suo spartano ma pratico distributore di biglietti, una pila per ogni tipologia, dalle 10 lire corsa operaia, fino alle 100 lire corsa completa con cui ti assicuravi tutto il percorso.

Dopo aver passato in rassegna i viaggiatori distribuendo loro i titoli di viaggio, andava a posizionarsi al suo posto nella parte posteriore, al fianco alla porta, seduto sul suo alto sgabello da cui teneva tutti sotto controllo con il suo sguardo scrutatore, come mi manca.

Re Carlo di Napoli e “l’Albergo dei Poveri”

E l’altro era il conducente che, dopo aver dato una rapida occhiata ai viaggiatori, si posizionava alla guida, due avvisi sonori con il clacson simile al suono di un campanaccio, lo sbuffare delle porte che si chiudevano, e via, era cominciato il mio viaggio fantastico, destinazione Bagnoli Dazio, mi piaceva molto sentire il rumore delle ruote ferrate sui binari, l’unico in un silenzio irreale.

Nel primo tratto del viaggio vedevo scorrere dal finestrino quello che già avevo visto a piedi all’andata, non ricordo cosa si vedeva dove ora è il Centro Direzionale, non vi erano costruzioni alte, era zona di autorottamazioni, basse baracche in cui venivano venduti ricambi usati di auto, probabilmente poteva anche capitare che chi avesse subito un furto, trovasse lì i pezzi della sua stessa auto.

Il primo emozionante passaggio era a piazza Nazionale, nel mezzo del grande spiazzo sono sempre esistiti dei giardinetti corredati di molti alberi, e i binari correvano giusto al centro, viaggiare in quel prato verde faceva un bell’effetto.

Una leggera discesa all’altezza del ponte di Casanova e subito la prima “virata” dopo un lungo rettifilo, a sinistra, verso il mare, con prima fermata al mitico e storico bar “Flordocafe’ ” da cui la fermata prendeva il nome, poco prima di arrivare in piazza Principe Umberto.

Qui il tram cominciava ad affollarsi, probabilmente si caricava dei viaggiatori provenienti dal vicino capolinea della CTP provinciale di porta Capuana, dove fermavano i “papuncielli” per capirci, e salendo sul tram proseguivano in città il loro viaggio.

Il Gigante di Palazzo

Passata piazza Principe Umberto, ecco piazza Garibaldi, e qui proprio al suo centro, davanti la statua di Garibaldi che dal lo tano 1906 ci guarda tuttora con aria severa, vi era un’altra fermata storica, presente in tutte le cartoline d’epoca raffigurante la piazza.

Qui qualcuno scendeva ma si saliva anche in gran numero, dal mio finestrino vedevo la piazza in tutta la sua profondità, in fondo verso la stazione, si notava un altro capolinea formato da una pensilina che si allungava verso il centro della piazza, erano le coperture di lunghe corsie dove stazionavano i bus dell’ ATAN, esse furono demolite negli anni ’70.

Il tram era ormai carico al massimo, sentivo il bigliettaio chiamare a gran voce chi cercava di nascondersi approfittando della calca, ed ancora tante altre persone erano in attesa alla fermata successiva ad altezza terminale circumvesuviana, dove fino a pochi decenni prima faceva bella mostra di se la “stazione Regia” capolinea del treni per Roma.

Qui entrava di tutto, donne con la spesa provenienti dal mercato “arete e mmura” , viaggiatori della circumvesuviana che provenivano dalla provincia, anziani armati di bagaglino e canna da pesca con destinazione gli scogli di Mergellina, ragazzini già in tenuta da mare pronti per un tuffo nel popolare “lido mappatella, e tra questi, per ovvi motivi, molti preferivano viaggiare appesi, in posizione funambolica e miracolosa, dietro al tram, evitando discussioni con il bigliettaio che faceva finta di non vederli, intraprendere una battaglia verbale con loro sarebbe stata già persa inizialmente.

Prima di Vigliena…il Granatello!

Ed era con questo carico “umano” dentro e fuori che ci si avviava verso via Nuova Marina, dopo aver attraversato piazza Pepe, si girava sulla destra affiancando piazza del Mercato e la chiesa del Carmine, giusto dove fino a pochi decenni fa esisteva lo “Sperone”, il castello del Carmine, a difesa della città di Napoli dal XIV secolo e completamente raso al suolo nel 1906 poiché dava intralcio al nuovo asse viario via Nuova Marina.

Negli anni settanta, questo nuova strada non era bella, dava impressione di una squallida via ai bordi del porto, e le due torri ad incrocio con corso Garibaldi, la Brava e la Spinelli, erano solo sporchi e malandati spartitraffici, anonimi reperti storici di cui a nessuno interessava cosa fossero, abbandonati come erano all’incuria e all’abbandono, solo da poco, ripulendoli, si riscopre una porticina, nella torre Spinelli, in cui si accedeva in una stanzetta denominata “Guardiola degli sbirri”, dove venne tenuta prigioniera la Fonseca in attesa della condanna a morte in piazza del Mercato.

Lungo via Marittima, sul lato mare, correva, parallelo alla strada, un alto muro di cinta che impediva di visualizzare l’interno del porto, zona vietata al passaggio anche pedonale, mentre nel lato opposto, da piazza del Carmine fino a via Duomo oltrepassato, facevano brutta mostra di se una fila di palazzi fatiscienti e pericolanti, cioè l’insana Napoli di cui parlava Matilde Serao nel suo racconto “il ventre di Napoli”, che venne nascosto dal Risanamento con la costruzione dei grandi palazzi nobiliari del corso umberto, piazza della Borsa e piazza Nicola Amore; oggi non esistono piu, quei palazzi furono abbattuti qualche anno dopo il mio passaggio.

Le diverse destinazioni d’uso del fabbricato museale (MANN)

Nonostante il continuo salire e scendere dei viaggiatori, il Tram continuava ad essere pieno, molti erano gli anziani rimasti in piedi, forse avrei dovuto cedere il posto ma non potevo farlo, quel posto me lo ero guadagnato con una lunga camminata da casa mia fino all’emiciclo di Poggioreale, non potevo perderlo, quello era il mio “viaggio fantastico”.

Passata l’anonima via Nuova Marina, il viaggio tornava nella storia; non potevo vederla ma sapevo che era lì, dal lato opposto al mio, la chiesa di santa Maria di Portosalvo, era lì dal 1560, costruita su di una piccola penisola che delimitava l’antico porto di Neapolis, ed ora anche essa ridotta a semplice spartitraffico.

Fondata come sede di culto a protezione dei marinai, fu eretta su una sporgenza di terra bagnata su tre lati dal mare il quale penetrava, all’epoca della sua costruzione, fino all’attuale piazza della Borsa, era il limite meridionale del primo porto della città di Palepolis.

Dopo 100 metri il panorama cominciava a diventare assai piu interessante, ero a piazza Municipio, dietro il vetro del mio finestrino cominciavano a scorrere le immagini del porto, vedevo il mare, il molo, non ricordo di aver visto grosse navi turistiche, ma al molo beverello attraccavano ancora i traghetti per le isole, non c’erano le grosse navi della Caremar di oggi, ma piccole navi della Navigazione Libera del Golfo, la SPAN e la linea Lauro, assurdo oggi pensare di navigare in sicurezza su quelle “bacinelle” con il mal tempo.

La rivolta di Masaniello

Alla fermata adiacente al porto, scesero in tanti, il tram era mezzo vuoto e ciò mi permise finalmente di vedere oltre i finestrini dall’altro lato del mezzo di trasporto.

Notavo una presenza enorme, minacciosa ma fantastica, eravamo sotto le sue torri che, dalla piccolezza della mia età, vedevo altissime ed enormi, eravamo ai piedi del millenario Maschio Angioino, con i suoi basamenti tondeggianti ed i suoi merli difensivi.

L’antico maniero fu voluto da Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea.

Un po piu avanti, sulla sinistra, vedevo dei giardinetti, non li conoscevo e non ero mai stato lì , anzi non sapevo nemmeno che ci fossero, anni dopo seppi che erano i giardini del Molosiglio, dallo spagnolo “molosillo”, piccolo molo, realizzati negli anni ’20.

Subito dopo, ecco il tratto che mi emozionava di più, l’ingresso nella galleria Vittoria, durava 2 o 3 minuti, si procedeva a velocità costante e si sentiva il rumore assordante delle ruote ferrate del tram sui binari, e delle auto che l’attraversavano ad alta velocità; lunga 609 metri, per la sua costruzione, nel 1929, fu abbattuto l’intero Arsenale borbonico.

La fontana del Nettuno (o di Medina)

Nel percorso in galleria, in estate godevi un pò di fresco, le luci interne si accendevano e finalmente, non avendo nulla da vedere fuori, ti giravi intorno e ti accorgevi dei tuoi “compagni di viaggio”.

Uscimmo a piazza Vittoria, le palme altissime erano impressionanti, non c’erano alberi simili nel centro di Napoli.

Una esplosione di eleganza e di bellezza, molto diversa dal resto del viaggio fatto fino ad ora, sembrava essere in un’altra città.

I passaggi “pittoreschi” avvenuti fino ad ora furono, prima, dal contesto popolare alla city, poi, dalla city all’eleganza, infatti il tram cominciò a scorrere per la riviera di Chiaia e ricominciava a riempirsi, ma questa volta di persone meno vocianti, meno ingombranti, e la villa scorreva dietro al vetro, solo in quel contesto si poteva vedere il panorama di tanti alberi messi insieme.

L’ ammiravo ma non immaginavo che era lì da “soli” 5 secoli, che fino a quasi 2 secoli fa era una villa reale che tutto il mondo ci invidiava e, come diceva Alexander Dumas:

– La Villa Reale di Napoli è senza dubbio la più bella e soprattutto la più aristocratica passeggiata del mondo»

…e ora percorrevo quel tratto dove, prima della costruzione dei giardini, vi arrivava il mare, su quella spiaggia dove una volta i padroni erano i pescatori di Chiaia, e avevano sotto casa le loro barche e le loro donne che, come testimoniano tanti dipinti dell’epoca, tessevano e riparavano le reti per la pesca.

Come il Vesuvio distruggerà Napoli (da uno scritto di M. Serao)

Eccoci a Mergellina, non capivo perché si parlasse sempre de “il mare di Mergellina”, io da li, il mare, non riuscivo nemmeno a vederlo, ma a testimoniare la sua presenza erano i ragazzini che avevo dimenticato, quelli che viaggiavano attaccati dietro al tram i quali, una volta scesi, si avviarono, di corsa e urlando già in tenuta da bagno, per un vicolo da dove, probabilmente, sarebbero arrivati al mare.

Mergellina, nei tempi passati, era, come la riviera di Chiaia, una florida spiaggia di pescatori ma, in seguito ai lavori di riempimento litoraneo, si trasformò in una anonima strada dell’entroterra e, tra lei e il mare, nacque “Viale Elena”, o “viale Gramsci”.

Lasciata Mergellina, arrivammo a piazza Sannazaro, con una zeta e non con due come erroneamente riportano anche articoli giornalistici, riconobbi la zona da uno slargo occupato da tavolini e sedie in legno, il posto era molto popolare, ci si poteva sedere per mangiare sia pizze che zuppe di cozze e, in più, nelle vicinanze c’era una birreria in cui ci si riforniva di birre per portarle ai tavoli, era una sorta di pranzo di famiglia all’aperto, ricordi che mi affiorano alla mente perché mio padre amava sedersi a quei tavoli con famiglia e parenti al seguito per una indimenticabile serata all’insegna dell’allegria.

Piazza Sannazaro è di costruzione abbastanza recente ed è il punto di collegamento tra Mergellina e Fuorigrotta; prima, il mare occupava ancora gran parte dell’area finché non fu compiuta la grande colmata necessaria alla realizzazione di via Caracciolo e viale Gramsci.

Porta Nolana e…le sue sorelle

Negli anni Venti del Novecento, fu completata la sistemazione della piazza con la costruzione della galleria Laziale (dal nome dell’impresa che la costruì: Società Edilizia Laziale)

Al centro della piazza fu posta una statua raffigurante una sirena, questa, inizialmente eretta nel 1869 nei giardini della stazione ferroviaria, nel 1924 fu spostata nella piazza dove è ora.

Nel centro del monumento si erge lo “scoglio”, sul quale poggiano quattro animali simbolo di tradizioni iniziatiche: un cavallo, un leone, un delfino e una tartaruga, oltre ad alcuni elementi floreali, e su questo gruppo sovrasta la Sirena Partenope (ovvero la città di Napoli), che stringe una lira con il braccio destro, mentre il braccio sinistro è puntato verso l’alto; la sirena ha la coda avvolta intorno ai fianchi.

Molto tempo prima della galleria “Laziale”, già esisteva un altro tunnel, la Galleria delle Quattro Giornate che, poco più sopra, verso la stazione di Mergellina, collegava e collega tuttora, ristrutturata, Piedigrotta a Fuorigrotta (aperta nel 1884, si chiamava in origine galleria IX Maggio in omaggio al giorno della proclamazione dell’Impero, fu poi rinominata dal 1945 galleria delle Quattro Giornate.

Proseguendo il viaggio lasciammo anche piazza Sannazaro, il tram imboccò la galleria “Laziale”, questa volta in leggera pendenza a salire rispetto alla prima, infatti il mezzo di trasporto soffriva non poco a proseguire, anche se quasi vuoto.

Il mio interesse per il percorso storico andava scemando, già sapevo che la storia, da quel punto, avrebbe avuto molto poco da raccontarmi, quello che si sarebbe visto poco dopo, uscendo dalla galleria, era completamente differente dal panorama visto fino ad ora.

Sarei potuto scendere a Mergellina e godermi un pò di sole seduto sugli scogli, ma decisi di restare dov’ero, ormai era quasi un’ora che viaggiavo, la curiosità mi spingeva a vedere oltre, ricordo, appena usciti dalla galleria, di aver visto il palazzo dello Sferisterio che, nella sua età più florida, fu teatro di incontri nazionali ed internazionali di pelota basca, di ping pong e di tamburello e che, in quel periodo, contava numerosi appassionati, ma dovette subire molti danni durante il terremoto del 1980, e quindi fu abbandonato a se stesso.

Vigliena – eroi senza gloria

Vidi la stazione metrò del Campi Flegrei, in origine denominata “Fuorigrotta”, che entrò in servizio nel 1925, ma che nel 1927 assunse la denominazione di “Napoli Campi Flegrei”.

Sapevo che dal lato opposto doveva esserci lo stadio San Paolo ma, per quanti sforzi feci, non riuscì a vederlo.

Subito dopo cominciò un percorso rettilineo, anonimo, credo lungo almeno un paio di km, per via Diocleziano e via Bagnoli, che ci avrebbe accompagnato fino al dazio di Bagnoli.

A piazzetta Bagnoli, aveva termine il tratto a due binari, nell’ultimo tratto vi era spazio per un solo tram che dalla piazza raggiungeva il capolinea o viceversa, e un semaforo regolamentava il passaggio alternato.

In quel caso eravamo noi fermi ad aspettare l’arrivo del tram che era in partenza dalla parte opposta, poche centinaia di metri, in attesa su lungomare di Bagnoli, si vedeva Nisida, Ischia, e in quel momento mi sentivo lontanissimo da casa, un viaggio durato un ora e mezza, era come se avessi viaggiato per mezzo mondo, un panorama e un contesto che cambiava continuamente, vidi cose che gia conoscevo e cose che vedevo per la prima volta, non avrei di certo rimpianto il costo del biglietto.

Vidi passare il tram che iniziava la sua corsa in direzione opposta alla mia, e quindi ci avviammo noi, destinazione “Dazio”, il capolinea, pochi secondi e arrivammo ad un piccolo emiciclo da dove si poteva riprendere la corsa all’inverso, il tram si fermò e sbuffando aprì definitivamente le sue porte, sembrava quasi stesse riposando.

Scesi un po intorpidito, andai verso il muretto che separava la strada dal mare e ci salii sopra, sugli scogli vi erano dei pescatori, alcuni ragazzi si tuffavano nelle acque non molto limpide, pensai di raggiungerli ma il campanaccio del tram che già segnalava la partenza per la corsa del ritorno mi fece abbandonare l’idea.

Tornai indietro per non perdermi il viaggio di ritorno, sempre allo stesso posto, quello con cui avevo affrontato con tanta emozione all’andata, ma questa volta era diverso, non era il panorama verde degli alberi e il blu del mare che guardavo, bensì il lato interno della città, la parte in cui si svolgeva la vita quotidiana dei napoletani, l’interno della città.

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