Quando il mare bagnava Napoli – Il porto di Neapolis

Chi segue i miei scritti è abituato a leggerli viaggiando con la fantasia, come una sorta di macchina del tempo che non solo coinvolge la mente ma aiuta ad immaginare anche con gli occhi.

Gran parte delle planimetrie della Napoli antica mostrano la città guardandola dal mare in una ampiezza che va, normalmente, dal promontorio di Posillipo al ponte della Maddalena.

Quelle relative al periodo greco-romano, purtroppo, sono molto poche e del tutto indicative, quindi quello che vi chiederò ora di immaginare metterà ancor di più a dura prova la nostra fantasia, anche perché le reali ricerche su questo argomento sono ancora in corso, gli scavi e i saggi sono tanti e molti sono in contraddittorio e puo darsi che qualche notizia che ora vi scrivo sia già sorpassata.

Le strade e i marciapiedi che sono sotto ai nostri piedi lungo la fascia costiera del centro urbano, si presenta oggi fortemente modificata rispetto a quella di 2000 anni fa a causa di fenomeni naturali, quali impaludamenti, insabbiamenti, e di fenomeni antropici, come le progressive trasformazioni edilizie e le colmate relative al porto moderno.

Il calpestio di oggi risulta sollevato di almeno 13 metri, in pratica quelle stesse zone su cui noi camminiamo tranquillamente e su cui abbiamo innalzato palazzi e altro, erano a quei tempi sottoposte di almeno 3/4 metri al livello del mare di allora, di conseguenza quella che ora vediamo noi come linea costiera, era molto ma molto differente da quella che vedevano i nostri avi.

I primi mercanti e navigatori greci, costruendo le loro prime abitazioni tra Megaride e Pizzofalcone, crearono nello stesso momento, anche il primo porto del nostro golfo, il porto della città di Palepoli.

Pizzofalcone era un promontorio per tre lati bagnato dalle acque; figuratevi il mare che penetrava invadendo quello spazio occupato ora da via C. Console e dai suoi giardinetti, e arrivava fino a via Chiaia invadendo parzialmente piazza del Plebiscito.
Anche dalla parte opposta il mare invadeva ancora via Partenope, piazza Vittoria e piazza dei Martiri, probabilmente arrivando all’altro capo di via Chiaia, visto che Lucullo fece in modo, con enormi lavori, che il mare circondasse la collina di Pizzofalcone.(come abbiamo visto in un racconto precedente).

Chi abitava allora sulla Collina, godeva non solo della vista di tutto il golfo da Sorrento a Capomiseno, ma affacciandosi dall’alta rupe ci si poteva specchiare nelle acque sottostanti e vedere dall’alto l’approdo delle navi provenienti da tutto il mondo.

Quando i “Palepolesi” ricostruirono la loro città (Neapolis) un chilometro verso l’interno, anche questa venne posizionata in modo da avere sempre i vantaggi del mare nelle immediate vicinanze, e costruirono un secondo porto li dove oggi non riusciremmo minimamente ad immaginare.

Il porto neapolitano era un ampio bacino naturale formato da una insenatura che partiva dal promontorio tufaceo dove ora è il Maschio Angioino, sommergeva per intero tutta piazza Municipio, si estendeva verso via Medina fino a piazza Borsa e da qui riprendeva il largo seguendo una lingua di terra che formava il versante opposto del porto, su questa appendice di terra in seguito fu costruita la chiesa di Portosalvo, quasi completamente circondata dal mare.

Creiamo una “istantanea immaginaria”, dalla vostra mente fate sparire il porto moderno e via nuova Marina, eliminate tutta piazza Municipio dal Maschio Angioino fino a palazzo San Giacomo, non guardate piu il grattacielo e la questura cosi come il palazzo della Borsa, immaginate solo un’ ampia rientranza del mare cosi interna da non permettere neanche il ricambio dell’acqua.

Probabilmente in questo stesso luogo doveva esserci la foce del fiume Cavone che, partendo dalla collina del Vomero, scendeva da quella via parallela a Salvator Rosa che ora prende il suo nome, proseguiva per via Costantinopoli, attraversava piazza del Gesu per poi finalmente gettarsi nel golfo.

Da piazza della Borsa in direzione piazza Garibaldi la costa era delineata da una spiaggia quasi in linea retta che andava gradatamente ingrandendosi, vi erano alcune insenature come quella di via Mezzocannone che probabilmente doveva essere la foce di un secondo fiume visto che le mura correvano parallele alla attuale via.

Vi era ancora mare tra la sede universitaria Federico II e il convento di sant’Agostino alla Zecca, e da queste parti veniva ubicato, prima degli scavi di piazza Municipio, il porto di Neapolis, tra la collina di san Giovanni Maggiore il Gesù Vecchio.

Purtroppo per la presenza di una forte urbanizzazione prodotta fino ai nostri tempi, non è mai stato facile definire una linea costiera ben definita e reale, sembra che un piccolo approdo ci sia stato anche nella zona della Selleria (piazza 4 palazzi), e in età più avanzata, nella zona di S. Giovanni Maggiore dei Pignatelli.

E ancora, in una epoca preistorica ad altezza di piazza 4 palazzi vi era una stretta insenatura che tagliava la spiaggia in profondità incanalandosi per via Duomo, mentre qualche secolo dopo, durante la vita di Neapolis, lo spazio che il mare in seguito lasciò scoperto, era talmente vasto che già alla fine del v secolo a.C., al di fuori della città, vi vennero costruiti enormi edifici monumentali a carattere pubblico, forse con funzioni santuariali.

Nello stesso posto, nel 2 secolo a. C., in onore dell’imperatore Augusto, furono edificati il tempio ed il porticato in cui venivano celebrati i Giochi Isolimpici, e confermando quindi, l’esistenza nella fascia pianeggiante, fra le mura ed il mare, del quartiere agonistico della città .

Piu in là, continuando ancora lungo la linea costiera, le terre e le spiagge diventavano insane e paludose, fino ad incontrare, dove ora è il parcheggio Brin, la foce del mitico Sebeto scavalcato, dopo alcuni secoli, dal ponte della Maddalena.

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