Palazzo Calabritto

Calabritto è un comune italiano attualmente di 2 160 abitanti della provincia di Avellino nell’alta valle del Sele in Campania.

Il nome “Calabritto” deriverebbe dal latino “Kalabrix”, una pianta spinosa simile al biancospino ma una leggenda popolare locale vuole che il nome sarebbe dovuto alla presenza, in epoca medioevale, di una bella locandiera di facili costumi di nome Britta, che, per la sua bellezza, veniva acclamata dai commensali al coro di “Cala Britta”.

Secondo altri invece il nome Kalavrix mette in relazione il nome del paese con un’antica città greca, Kalavryta.

Il primo nucleo abitato di Calabritto fu realizzato da abitanti di contrade limitrofe per respingere gli assalti dei Saraceni lungo la valle del Sele.

Durante la dominazione angioina il paese acquista una certa importanza acquisendo il titolo di Ducato.

Calabritto fu devastato da diversi terremoti; fra i più disastrosi vi sono quello del 1773 e l’ultimo di essi, avvenuto il 23 novembre 1980, che ha completamente raso al suolo il paese, provocando cento morti e trecento feriti.

Durante il regno d’Aragona ebbe il suo maggiore splendore quando i francesi Estouteville (italianizzati in Tuttavilla) si stabilirono a Napoli ove ricoprirono importanti cariche pubbliche e furono insigniti del titolo di duchi di Calabritto.

Vincenzo Tuttavilla, desiderando costruire per la sua famiglia una residenza, acquistò una estensione di terreno nei pressi della chiesa di Santa Maria della Vittoria nell’attuale piazza dei Martiri e intorno al 1720 vi cominciò la costruzione di un palazzo dopo aver destinato una parte della proprietà a pubblica via (l’attuale via Calabritto).

Il re Carlo III di Borbone, impensierito dalla maestosità della costruzione, volle acquistarla per 34700 ducati, ma non era sua intenzione completarla né utilizzarla.

Nel 1754 Francesco, figlio del duca Vincenzo, riuscì a ricomprarla, restituendo alla corte la stessa somma ricevuta a suo tempo dalla vendita.

Riottenuto il palazzo, don Francesco lo fece restaurare dall’architetto Luigi Vanvitelli, che apportò sostanziali modifiche nello scalone e nei portali.

Nel corso dei secoli, oltre che dagli eredi dei duchi Calabritto (l’ultimo dei quali vi risiede tuttora) il palazzo è stato abitato da personaggi illustri quali Gioacchino Murat, i fratelli Florestano e Guglielmo Pepe ed i giuristi Alberto Marghieri e Bruno Gaeta.

In alcuni locali del palazzo sono state ospitate le cerimonie religiose della chiesa anglicana e gli atelier di moda di diversi stilisti napoletani.

Il palazzo ha anche ospitato la sede del Napoli nei suoi anni d’oro (seconda metà degli anni ottanta).





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