L’orologio di piazza Dante

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SE VUOI SAPERE QUANDO È MEZZOGIORNO PRECISO, DEVI VENIRE A NAPOLI

A volte ci si chiede…ma se Napoli fosse stata una città non napoletanizzata, la sua storia artistica sarebbe sempre uguale o sarebbe mutata?

Probabilmente sarebbe sempre stata quella città millenaria che ne fa una delle piu antiche in Europa ancora esistenti ma, senza la fantasia e i “colori” che i napoletani hanno aggiunto, sarebbe sicuramente meno vivace e artisticamente piu monotona.

Basta fare pochi passi in qualsiasi punto della città per accorgersene, scendiamo ad esempio dal museo per via Toledo, che dalla seconda metà del 1500 allieta il passeggio dell’aristocratico napoletano, e arriviamo in un largo che già da solo ha una storia fantastica da raccontare.

 

Chiamato “largo del Mercatello” dalla fine del 1500, era il mercato piccolo della città fuori dalle mura (dopo la piu grande piazza Mercato anch’essa fuori le mura), esso fu utilizzato anche come deposito delle salme dei morti di peste del 1656 in cui furono portate a migliaia dalla città attraverso Port’alba nelle sue vicinanze.

Dopo il 1750 si volle dare alla piazza un’ aspetto differente e il compito di ridisegnare quello che poi sarebbe diventato il Foro Carolino fu assegnato da Carlo III di Borbone al celebre architetto Luigi Vanvitelli (a cui era già stata commissionata la costruzione della magnifica Reggia di Caserta).

Nell’iniziale progetto del Vanvitelli la nicchia centrale del colonnato dell’emiciclo in costruzione, avrebbe dovuto ospitare una statua equestre del sovrano, che tuttavia non fu mai realizzata, quindi i primi lavori di ristrutturazione terminarono nel 1765 e a quel punto la piazza aveva assunto quasi l’attuale struttura.

 

Ventisei statue, raffiguranti le virtù del sovrano, furono poste alla sommità delle colonne. Alcune di queste statue furono scolpite dalle stesse mani che avevano realizzato il Cristo Velato: quelle di Giuseppe Sanmartino.

In questo largo, chiamato “foro Carolino fino al 1871, chiunque si trovasse a passare, gli bastava alzare lo sguardo per conoscere quando fosse il mezzogiorno esatto.

Infatti l’ emiciclo che il Vanvitelli realizzò è famoso per un orologio non convenzionale, costruito nel 1757, per onorare il re Carlo III di Borbone.

 

L’anomalo meccanismo è posto sulla torre sovrastante l’ingresso di quello che ora è il complesso del convitto nazionale Vittorio Emanuele II ed è inserito sotto ad un secondo tradizionale orologio che segue l’ orario convenzionale.

Il piccolo orologio, com’è spiegato dalla stessa dicitura posta sotto di esso, non fa altro che calcolare l’equazione del tempo.

La particolarità dell’orologio è quella di cogliere il momento in cui il sole raggiunge la sua massima altezza, lo zenit, fenomeno che comunemente definiamo “mezzogiorno”, e che non avviene tutti i giorni nello stesso momento.

 

Per spiegarla in modo molto semplice, l’orario che noi vediamo in questo istante sull’orologio potrebbe non essere reale in quanto la posizione del sole potrebbe avere qualche minuto di anticipo o di ritardo rispetto alla nostra ora solare media.

Se a mezzogiorno il sole raggiunge lo zenith (il punto più alto) l’equazione del tempo mi indica con precisione se davvero, le ore 12 del mio orologio, corrispondono alla reale posizione del sole e quanti minuti di anticipo o ritardo ha.

 

Il ritardo o l’anticipo può variare massimo di 15 minuti quindi, se la lancetta è ad ovest (sinistra) il sole è in anticipo mentre se ad est, è in ritardo.

Quando la lancetta è centrale, significa che tempo medio e tempo reale coincidono perfettamente e che le ore 12 del nostro orologio sono realmente le ore 12 (il sole è al suo zenith).

Quindi l’equazione del tempo calcola la differenza di tempo tra l’ora solare media e quella reale, considerando la posizione del sole in tempo reale.

A Napoli, come in qualsiasi altra grande città, tutti vanno di fretta, incanalati nei loro moderni ritmi di vita, e magari neanche si fermano ad osservarlo o non conoscono neanche quest’orologio che rappresenta un’ ennesimo esempio di “genio e sregolatezza” della mente partenopea.

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