Lettera del napoletano Papinio Stazio alla moglie per convincerla a trasferirsi nella sua amata Napoli

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Nato a Napoli e originario di Velia (antica colonia magnogreca della Lucania), si trasferì a Roma per tentare la fortuna durante l’impero di Domiziano e, in breve tempo, effettivamente si guadagnò – nelle recitazioni pubbliche e nelle gare poetiche – il favore del pubblico e dei grandi signori, che divennero suoi protettori.

D’ingegno duttile e versatile, in questo primo periodo compose libretti per mimi e, oltre al suo primo poema epico, la Tebaide, alcune Silvae, componimenti lirici di circostanza in uno stile facile ed elegante.

Ma dopo alcuni anni nonostante le preghiere insistenti della moglie Claudia, una musicista, decise di abbandonare la città per far ritorno in Campania, dove condusse lo stesso genere di esistenza di poeta mondano al servizio dei nobili romani, che in quella regione approdavano in massa per i loro soggiorni primaverili ed estivi.

Egli, per convincere la moglie a raggiungerlo così le scrisse:

“…In questa città io t’invito a trasferirti, dove è mite l’inverno e fresca l’estate: qui con le sonnolente sue onde fluttua un mare pacifico.

C’è una pace sicura, una quiete mai turbata e si dorme fino a tarda ora!

Non ci sono tribunali arrabbiati e leggi impugnate per fare rissa: gli uomini hanno per legge la costumatezza e l’equità.

E che vedute magnifiche!

Campagne coltivate, palazzi spaziosi intervallati da tante colonne!

I giochi quinquennali, pari a quelli del Campidoglio! Come non lodare le risate delle commedie di Menandro, che mescolano il sussiego romano e la sfrontatezza dei Greci?

E non mancano i diversi piaceri della vita: potresti visitare la vaporosa Baia, spiaggia dolcissima, l’invasato tetto della Sibilla, il capo Miseno ricordato dal remo troiano, i ricchi vigneti del bacchico Gauro, e Capri, là dove ai trepidanti nocchieri lucente come la luna che vaga di notte, splende emulo il faro, e i colli di Sorrento, cari al forte Lièo, che il mio Pollio dalla sua casa come nessuno fa coltivare, e le sorgenti termali di Dimidia e Stabia risorta.

Ti racconterò i mille incanti della mia terra!

Non ti pare questa terra degna di essere madre e nutrice di entrambi? (…) tu verrai carissima moglie, anzi, mi precederai.

Senza di me il signore dei fiumi, il Tevere, e la rocca del guerriero Quirino ti sembreranno brutti.”

Publio Popinio Stazio morì a Napoli nel 95 d. C.

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