Lavori di riordino ai quartieri portuali (Via Marina-via del Pilero)

   La foto è di prima mattina con il sole appena sorto da est che appare dietro al Vesuvio, alcuni popolani si occupano del trasporto di merce con carri agricoli (Barrocci) trainati da somari o cavalli di cui uno sembra rifocillarsi nel tipico “sacco per la biada”, la borsa porta biada che si attacca alle orecchie dell’animale in cui mette il muso per mangiare.

   Un ragazzo ed un anziano posano in primo piano divertiti, per la gioia del fotografo, indossando un tradizionale cappello a coppola, un tipico copricapo il cui uso in Italia si attesta tra il tardo XIX secolo e la prima metà del XX secolo, quando, secondo alcune fonti, un certo numero di famiglie inglesi si stabilì in Sicilia alla ricerca di investimenti portando i loro costumi.

Altre fonti indicano il copricapo già presente dal 1789, infatti un’antico vocabolario di dialetto napoletano riporta sia la voce coppola che il suo derivato coppolone descrivendolo come una “biretta contadinesca” ( berretto da contadino).

   In evidenza anche il cartellone di un albergo che sembra sia denominato “Commerciale”, e come tipica usanza prettamente napoletana tanti panni stesi che fanno tanto colore e folklore anche in una foto in bianco e nero.

   L‘immagine allegata, probabilmente di fine 1800 e comunque a unità d’Italia già avvenuta, ci racconta di una “via al Porto” in quel periodo al centro di grandi progetti di risanamento, infatti nel 1877 per i suddetti lavori viene aperta via Flavio Gioia oggi in parte chiamata via Melisurgo per il tratto di strada tra via Depretis e via Cristoforo Colombo, e che probabilmente non sarà distante dall’immagine inquadrata.

   Per la sua costruzione verranno eliminati diversi palazzi e una serie di fondaci, vero obiettivo della bonifica e causa di diversi focolai di colera, e comunque i primi lavori toccarono particolarmente la strada di Porto che vediamo inquadrata, i Lanzieri che va dal Corso Umberto fino alla chiesa di Portosalvo, e quasi tutto il quartiere Pendino che occupa l’area da quasi Santa Chiara fino al Porto.

   Probabilmente con tutte le demolizioni attuate molti antichi mestieri scompariranno, botteghe di artigiani come quelle degli orefici molto attivi a Napoli e in quella zona, ma anche Chianche maleodoranti ove esponevano la loro merce per secoli beccai e macellai.

   Maleodoranti erano anche i luoghi ove lavoravano i cuoiai con le loro concerie furono spostati in quella zona del mercato prossima al mare affinché potessero più facilmente disfarsi dei loro rifiuti che ammorbavano l’aria.

   E poi ancora i canestrari nel loro omonimo vicolo, o il vico Zappari, dai lavoratori del ferro che facevano strumenti di lavoro campestre, o ancora via Chiavettieri al Porto dove si facevano chiavistelli di ogni tipo, o il vico Tornieri, dove si lavorava il legno per vendere pale, scope e bastoni.

   Altri mestieri scomparsi ci ricordano il Fondaco e il vicolo dei Parrettari, che fabbricavano i colpi delle antiche balestre, e il vico degli Spadari per la fabbrica delle spade, e quello degli Scoppettieri, specializzato nelle armi da fuoco, tutti non lontani alla via degli Armieri.

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