La provenienza del materiale di costruzione della Neapolis greca

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Nel 1656 lo scoppio di una violenta pestilenza nella città di Napoli portò a oltre 1000 decessi al giorno e per ovviare alle numerose sepolture si reputò opportuno destinare a tale scopo un’area non prossima al centro abitato già densamente popolato per effetto delle proibizioni spagnole a edificare oltre la cinta muraria.

A tale uso fu individuata una vasta area in una grotta del colle di Poggioreale chiamata “degli sportiglioni” (pipistrelli) che fu letteralmente stipata dei morti di peste e sigillata da un muraglione.

Quest’area era situata lungo la strada nuova del Campo, intendendo con quest’ultimo il Campo di Marte, località originariamente destinata alle esercitazioni delle truppe napoletane, attualmente sede dell’Aeroporto di Capodichino e a ricordo di tali avvenimenti, nel 1662 vi fu consacrata una chiesa a Santa Maria del Pianto,

Nel 1987 si verificò un cedimento nel piazzale antistante la chiesa di Santa Maria del Pianto. Indagata la causa, si è scoperta un’immensa grotta, a circa 40 metri di profondità, corrispondente alla cava dalla quale i greci di Neapolis nel V-IV secolo a.C. estraevano i blocchi di tufo per la costruzione delle mura della loro città.

La cava infatti, ostruita in epoca imprecisata da un franamento, presenta lungo le sue pareti già segnate le linee orizzontali corrispondenti all’altezza dei blocchi e, cosa ancor più sorprendente, i caratteristici segni alfabetici graffiti dalle diverse squadre di operai, gli stessi segni che si rinvengono sui blocchi delle mura greche di Napoli (per esempio su quelle di piazza Bellini o di piazza Cavour).

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