La leggenda di Sant’ Eligio

La citta di Napoli ha una storia piu che bimillenaria, cosi come testimoniano tanti manufatti storici ancora visibili nel centro storico dei Decumani.

Ma la storia di Napoli non è limitata all’agglomerato urbano tra i Decumani e i cardini nel centro storico.

Anche da lì dove una volta la Napoli greca aveva i suoi confini con il mare, la nostra città ci ha trasmesso tanta storia, relativamente piu recente, da quella zona che ora conosciamo come “il Carmine” o “del mercato”.

Gia dall’anno 1200 questa zona “nuova” di Napoli ci ha regalato avvenimenti che spostano l’epicentro della storia della città verso il mare, e purtroppo molti sono accadimenti tristi e luttuosi.

La piazza, molto grande ,venne usata spesso come palcoscenico per rivolte come quella di Masaniello seguita dalla sua decapitazione nel 1647, o prima ancora della condanna per taglio della testa del sedicenne pretendente al trono di Napoli Corradino di Svevia ad opera di Carlo D’ Angiò nel 1268, o ancora le condanne a morte delle due repubblicane Luigia Sanfelice e Pimentel Fonseca nel 1799 colpevoli di avere aderito alla republica napoletana filofrancese.

Ma anche la peste del 1656 fece la sua parte usufruendo dello spazio della piazza come camera ardente a decine di migliaia di morti.

Oltre alle condanne dei personaggi su descritti, tanti altri, per pene minori, morirono sul patibolo di piazza del mercato, e su una di queste è nata una leggenda, una decapitazione che però è volta al lieto fine perche in questo caso la morte rappresenta la giustizia per un episodio di prepotenza.

A dominare la piazza in quel periodo era la chiesa di Sant’ Eligio Maggiore, oggi seminascosta tra i vicoli tra il corso Umberto ed il porto.

Essa è la chiesa gotica più antica di Napoli, costruita nel 1270 e voluta da tre potenti della corte di Carlo I d’Angiò, che decisero di affiancarla ad un ospedale.

Nel corso del quattrocento, addossato alla chiesa di sant’Eligio, fu eretto un arco che collegava il campanile con un edificio adiacente la struttura. Si tratta di un arco a due piani, il secondo decorato con stemmi aragonesi, si dice, ospitasse una stanzetta in cui i condannati a morte trascorrevano le ultime ore prima di essere giustiziati.

Nell’arco che unisce i due fabbricati, vi sono due teste scolpite che una leggenda le attribuisce ad  Antonello Caracciolo ed una sua giovane vassalla.

Il terribile duca, invaghito della giovane, non riuscendo a conquistarla, fece con una scusa incarcerare il padre, ricattandola e chiedendo la sua mano in cambio della vita del padre. La famiglia, non potendo accettare tale angheria piuttosto che cedere alla violenza, si rivolse direttamente al re Ferdinando (Ferrante) d’Aragona che condannò il duca a sposare la giovane Irene fornendole di sua tasca una ricca dote e quindi lo fece decapitare.

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