La Fontana della Spinacorona (o delle zizze)

LA FONTANA DELLA SPINACORONA (o delle zizze)

Se sentite due studiosi di storia napoletana discutere di “zizze”, non vi scandalizzate, non stanno parlando del seno femminile, anche se per molti esso è comunque considerato un’opera d’arte, ma stanno probabilmente esaminando le qualità di un opera, anch’essa denominata con il nome dell’elemento donnesco.

In tanti non ne conosceranno l’esistenza, o ne avranno sentito parlare in maniera molto confusa, e sono pochi gli itinerari turistici in cui è inclusa una sua visita, eppure non è distante dal frequentatissimo e gettonatissimo centro storico bene protetto dall’UNESCO.

Le “zizze” in questione appartengono alla mitica sirena simbolo partenopeo con la variante che questa immagine del mito in oggetto non è rappresentato dalla tipica figura che tutti conosciamo, per metà pesce e per metà donna come vogliono le leggende e le tradizioni partenopee, ma è ritratta, eccezionalmente, nella forma in cui nacquero le sirene prima di renderla, per la letteratura, piu gradevole alla vista.

L’ archetipo sirena partenopea è, in effetti, un rapace “artigliato” nella parte inferiore, e il corpo di una donna con grandi ali di uccello nella parte superiore e, questa in oggetto, è raffigurata appollaiata sulle pendici del vesuvio mentre orienta, con le mani, getti d’acqua che le escono dai capezzoli, volti a spegnere le fiamme del vesuvio che minacciano la città di Napoli.

Questa “fiabesca” scena, insieme al bassorilievo di un violino che personifica l’irruenza del Vulcano, ed altri simboli, formano la coreografia ad una fontana parietale probabilmente usata come lavatoio o abbeveratoio.

Addossata alla chiesa di Santa Caterina della Spina Corona, per cui prende anche il nome di “fontana di Spinacorona”, è ubicata nel centro antico, in Via Giuseppina Guacci Nobile, al fianco della sede centrale dell’universita del corso Umberto.

La Chiesa di Spina Corona, denominata dei Trinettari, fu creata nel 1354 per volere di alcuni nobili e fu cosi denominata poichè qui si concentravano i maggiori artigiani e mercanti di seta che lavoravano merletti e trine per il regno, trasformata poi nel 1850 in Arciconfraternita della Purificazione.

Alcune fonti indicano la presenza della fontana già nel 1139 e quindi antecedente alla nascita della chiesa a cui è poggiata; infatti alcuni antichi documenti, testimoniano, già in quell’epoca, l’esistenza di un’ antico manufatto costruito nella stessa zona e alimentato dalle acque sorgive del pozzo di San Marcellino che sembra attingesse dal fiume Sebeto.

Probabilmente fu costruita lo stesso anno dell’eruzione del Vesuvio quando dal 1138 al 1139 vi furono due lunghe eruzioni con incendi durati oltre un mese ciascuna e, quindi, potrebbe essere un opera consacrata alla protezione “divina” della città contro la furia del fuoco vulcanico.

L’ esistenza della fontana comincia ad avere una tracciatura documentata a partire dal 1498 ed ebbe il primo restauro e modifica nella prima metà del XVI secolo, come attestato dalla presenza dello stemma, sul manufatto, di Carlo V.

Fu ancora oggetto di ulteriori restauri tra il XIX e il XX secolo durante i lavori per il risanamento edilizio, quindi temporaneamente rimossa per poi essere di nuovo collocata nel luogo originale.

Infine, dopo un ultimo intervento di restauro del 1920, cinque anni dopo si decise di spostarla definitivamente nel Museo di S. Martino.

Nel 1931 venne collocata, in sostituzione, una copia realizzata dallo scultore Achille d’Orsi.

sergio dattilo

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