Il “rione Sanita” e i suoi tesori

Napoli, quasi un milione di abitanti ma che sembrano molti di più, non vi è via,  piazza o vicolo che non sia piena di vita, gremite di persone che si trattengono in strada nelle più svariate occupazioni e in tutte le ore del giorno, dall’ozio all’andare per commissioni, dalle visite allo shopping o ai lavori piu variegati perche a Napoli, da secoli, per vivere, il popolo è abituato a inventarsi ogni tipo di lavoro, ed è per questo che la nostra caotica città sembra essere un alveare.

I suoi quartieri non si limitano ad essere una piazzetta e piccoli incroci limitrofi, ma sono città in miniatura ricche di emozioni,  passioni, commerci e…storia.

E ricco di storia, anche se relativamente giovane rispetto ad altri quartieri del centro storico, è il rione della Sanità.

Quanto i greci colonizzarono le nostre terre, e ancora dopo quando i romani le conquistarono, il rilievo ora riconosciuto come rione Sanità, era ancora una florida collina fuori le mura, il suo toponimo e riconducibile alla sua salubrità sia naturale che sovrannaturale, dal momento che era incontaminata e sede delle catacombe fonti di miracolose guarigioni.

Più di mille anni fa fuori dalle mura cittadine, si arrivava ad esso attraverso l’unica porta perimetrale del versante settentrionale, porta san Gennaro, tuttora esistente ma piu avanzata rispetto al suo sito originario.

Prime sue notizie risalgono al 928 d.c. e
il suo nome deriva dal fatto che di qui partiva anche l’unica strada che portava alle catacombe di san Gennaro, alla Sanità.

Sotto di essa, per secoli, sono transitati cortei funebri provenienti da vico Limoncello, luogo in cui le salme venivano spogliate affinché gli averi dei defunti fossero rivenduti al mercato.

Oltre a persone, che siano state esse vive o defunte, era anche un passaggio per il trasporto di pietre di tufo provenienti dalle cave della Sanità e destinate alla costruzione della città.

Probabilmente la presenza di grosse cavità scavate per il tufo, hanno dato vita al cimitero delle Fontanelle, e i grossi vuoti creati dagli scavi vennero riempiti con le ossa dei morti di peste del 1656, creando così un sito unico al mondo come ex-ossario, che si sviluppa per più di 3000 mq. e contenente migliaia di resti di persone di cui si raccontano, tra verità e leggenda, curiose storie ed aneddoti.

Quì si svolgeva il rito delle “anime pezzentelle”, ossia l’adozione e la cura da parte di un napoletano, di un determinato cranio di un’anima abbandonata (detta appunto capuzzella) in cambio di protezione.

Ma la destinazione a “sacrario” inizia da molto lontano, sin dall’epoca greco-romana, quando la collina fu utilizzata come luogo di sepoltura, come testimoniano resti di ipogei ellenistici e catacombe paleocristiane, come quelle di San Gennaro e San Gaudioso.

E ancora, per attestare la sacra destinazione del luogo, ricordiamo di un monastero abbandonato, una volta lazzaretto per appestati, quello che sempre dopo la medesima infausta peste del 1656, fu ampliato e trasformato nell’attuale ospedale di San Gennaro dei Poveri.

La storia dell’ospedale è strettamente collegata a quella della basilica che sorge al suo interno, quella di San Gennaro fuori le mura. La chiesa, del V secolo d.C., dopo la traslazione delle reliquie di San Gennaro a Benevento (817-832), cadde in rovina. Tale condizione perdurò fino all’872, anno in cui, il vescovo Atanasio di Napoli, la fece restaurare e annettere al monastero benedettino dei Santi Gennaro e Agrippino.

Non episodio unico a Napoli, in ingresso a via vergini, coinvivono, in meno di 200 metri, 3 chiese, quasi collegate l’una all’altra,  le chiese di sant’Aspreno ai crociferi, Santa Maria Succurre Miseris ai Vergini e il complesso monumentale Vincenziano, e a far da loro contorno festante, un ricco e movimentato mercatino che si inoltra fino ad invadere la strada e soffoca, con i suoi tendaggi, il secolare “palazzo spagnuolo” celeberrimo per le sue rampe di scale ad ali di falco.

Inizialmente destinato ad accogliere importanti famiglie nobiliari e facoltosi borghesi della città, a far compagnia al palazzo spagnolo, tra gli altri, un secondo edificio merita di essere ricordato, costruito tra il 1724 e il 1728, Ferdinando Sanfelice progetta la propria abitazione e per la sua famiglia, proprio in questo luogo, poiché più salubre rispetto all’affollatissimo centro,  ma col passare del tempo il rione Sanità, da quartiere nobiliare, diventò una delle zone più popolari di Napoli.

Dopo le tre iniziali chiese, un po’ piu avanti, a ridosso del ponte della Sanità voluto da Gioacchino murat per raggiungere facilmente la reggia di Capodimonte dal palazzo reale di Napoli, esiste ancora una grande chiesa monumentale, la Basilica di Santa Maria alla Sanità,  costruita tra il 1602 e il 1610, visibile da chiunque attraversi il ponte della Sanità, e la sua enorme cupola, ne supera l’altezza.

Conosciuta anche come chiesa di San Vincenzo ‘O Munacone (il monacone), custodisce una famosa statua di San Vincenzo Ferrer che, secondo la tradizione, fu portata in processione nel 1836, quando la città venne colpita dall’ennesima epidemia di colera. Grazie all’intercessione del Santo il morbo cessò miracolosamente e da allora il primo martedì di luglio il rito si ripete in ricordo della grazia ricevuta.

Prima della costruzione del ponte, anche i reali borbonici si inerpicavano  nel rione della Sanità per raggiungere la reggia estiva di Capodimonte, ma a metà strada erano costretti a  sostituire i cavalli delle carrozze con animali da traino piu robusti, tale era la pendenza da superare.

La storia recente del rione, è fatta anche di folklore, e non si può fare a meno di ricordare il grande Antonio de Curtis, nato nella Sanità dove per lui fu celebrato un terzo funerale, i primi due a Roma e a Napoli, ed il terzo vicino casa sua, in occasione del trigesimo.

Ultima nota folkloristica, unica novità degli ultimi decenni, anche per dare idea della vitalità e industrialità di un “borgo” secolare, l’apertura di una sede di una delle pasticcerie piu famose di Napoli, Poppella, che per festeggiare l’avvenimento crea un pasticcino che è già un cult nel “dolciame” partenopeo e italiano, il “fiocco di neve”.

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