Il ponte della Maddalena

UN PONTE MILLENARIO SU UN FIUME LEGGENDARIO

Napoli “città di mare”,(anche se in un mio precedente racconto mettevo in dubbio questa affermazione), ma anche “città di fiumi”, o almeno lo era fino ad un millennio fa.

La nuova “Neapolis” fu fondata li dove ora si trova il suo centro storico, ben difesa dalle colline circostanti, difficilissime da oltrepassare con interi eserciti, e dai numerosi fiumi, ruscelli, torrenti, che affiancavano le mura perimetrali rendendo molto difficoltoso una ipotetica invasione belligerante.

Tre parti delle mura perimetrali (parliamo della prima Neapolis) percorrevano parallelamente gli argini di lunghi e profondi cavoni formati, nel tempo, dalla erosione dei corsi d’acqua, come ad esempio le mura a ridosso di via Costantinopoli, piazza Cavour, via Foria e via Rosaroll, segnati da profondi canaloni scavati da ruscelli provenienti dall’Arenella, da Capodimonte e dai Vergini.

Altre loro ramificazioni penetravano nella città e, a ricordo di queste, testimonianze sopravvivono nei toponimi stradali che conservano nomi come “ponte di Tappia”, “Ponte di Casanova”, “salita Pontenuovo”, a volerne ricordare solo qualcuno.

Nella parte orientale della città, per intenderci la zona dove ora esistono il Centro Direzionale e la stazione ferroviaria fino al mare, al contrario non esisteva alcuna difesa collinare, ma ne aveva ugualmente una che piu volte, nell’arco della storia della città, riuscì a far desistere le forze nemiche ad attaccare le sue mura.

Infatti al di là di Porta Capuana, (leggete il mio racconto: al di la di Porta Capuana) non esisteva nulla, infatti la presenza di numerosi corsi d’acqua, aveva fatto si che la zona fosse ricca di foreste, acquitrini, paludi e lagni, impraticabile e inaccessibile. (Ancora oggi nella galleria della circumvesuviana al Centro Direzionale scorga dal terreno una enorme quantità d’acqua naturale).

Alcune fonti indicano la zona come letto del mitico fiume Sebeto, talmente grande che il suo percorso, prima di entrare in città, si divideva in due nuovi fiumi.

Il primo ramo percorreva quel tratto che ora è occupato da via Toledo, e arrivava al mare ad altezza di piazza Municipio dove vi era il primo porto greco.

L’ altro proseguiva dalla parte opposta della città greco-romana, dove dava vita ad un grande estuario che sfociava tra San Giovanni a Teduccio e il Carmine e, quest’ultima zona, per chi da Neapolis volesse dirigersi verso il meridione, era l’unica strada da percorrere.

E di questo lo sapevano bene gli antichi romani che, per costruire le loro famose strade che da Napoli proseguivano verso sud, dovettero bonificare gran parte del territorio costruendo ponti per poter oltrepassare agevolmente tutta la palude.

Decaduti i romani, le acque tornarono ad impadronirsi del territorio ma, per fortuna, restarono alcuni ponti che ne permisero, ancora per molto tempo, il difficile attraversamento.

Come antico referto storico, a noi è arrivato solo il nome, probabilmente, del ponte piu grande, il “pons paludis”, utile, proprio come dice il suo nome, ad attraversare quelle terre altrimenti inaccessibili sia ad entrata che ad uscita dalla città.

E probabilmente dovevano conoscerlo i normanni che, provenienti dal nord, lo videro come unico punto vulnerabile di ingresso e, nei primi anni del secondo millennio, approfittando dell’antico attraversamento romano, guidati da Roberto il Guiscardo riuscirono a raggiungere la città; a ricordo dell’ attraversamento del re normanno, il ponte fu chiamato “ponte Guizzardo”.

Purtroppo le ricerche da me fatte non chiariscono se il suddetto ponte sia lo stesso di quello denominato “della Maddalena”, fatto sta che si è sempre favoleggiato e raccontato dell’esistenza in zona di “un magnifico e grandioso ponte, con ampie arcate e forte pendenza delle rampe, e il fiume sottostante era ricco e impetuoso”.

Il fiume sebeto, che per secoli servì la citta come difesa naturale tenendo lontani i suoi assalitori, andava sempre più rimpicciolendosi e, prima di scomparire definitivamente, fu testimone, insieme al ponte, di molti episodi che segnarono in modo tragico la storia di Napoli.

Il 1528 vide l’assalto dei francesi guidati dal generale Lautrec che per vincere la forte resistenza della città, distrusse le condutture dell’Acquedotto della Bolla le cui acque si sparsero nei terreni paludosi della zona e, a causa anche della calura, si sviluppò una violenta pestilenza che condusse alla morte per malattia molti soldati francesi, tra i quali lo stesso generale.

Nel 1556 dovette affrontare una enorme alluvione che lo demoli parzialmente, ma fu ricostruito ancora piu grande dell’effettivo bisogno, il Sebeto nel frattempo aveva perso molto del suo volume.

Da allora il ponte prese il nome di una chiesa del XIV secolo in onore di Santa Maria Maddalena, oggi non più esistente, collocata a ridosso del “Castrum Sancti Erasmi”, Borgo Sant’Erasmo o Borgo Loreto a Mare.

E ancora nel 1767 il ponte fu testimone di un miracolo, una forte eruzione del Vesuvio fece arrivare la sua lava a San Giorgio a Cremano mettendo seriamente in pericolo Napoli.

A difesa della città fu posta, sul ponte della Maddalena, la statua di San Gennaro, e la lava si fermò miracolosamente ai piedi della figura sacra, e tutta la città gridò al miracolo.

Per commemorare l’evento, fu eretta, nel punto stesso dove avvenne il miracolo, una statua raffigurante San Gennaro rivolto verso il Vesuvio, con la mano alzata come per dire alla lava assassina “qui non puoi passare!”.

Insieme al nostro santo patrono, un altra statua esiste tutt’ora sul ponte, dedicata a San Giovanni Nepomuceno, protettore dalle alluvioni e dagli annegamenti, per la devozione della viceregina, in occasione dei lavori che suo marito, il viceré austriaco conte di Harrach, promosse sul litorale.

Infatti fu lui a volere la strada della Marinella, la quale partendo dal castello del Carmine arrivava al ponte costeggiando il borgo Loreto e la caserma di cavalleria del Vanvitelli.

Nel 1789 fu ancora “grazie” ai francesi che passò agli onori della storia trovandosi ad essere testimone della liberazione della città dai giacobini della republica napoletana appoggiati dall’esercito napoleonico di Championnet.

Su di esso passò l’esercito della Santa Fede, fedeli a Dio e al re che, provenienti dalla calabria e guidati dal cardinale Ruffo, proprio sul ponte della Maddalena, come ultimo baluardo, sbaragliarono i francesi e riconquistarono Napoli, restituendo a re Ferdinando di Borbone la sovranità della città e chiudendo definitivamente la brevissima ma tragica avventura della repubblica napoletana in cui persero la vita decine di migliaia di napoletani; alla fine il ponte fu utilizzato come teatro di numerose forche ed impiccati.

Per un lunghissimo periodo di tempo, il manufatto aveva perfettamente assolto alla sua funzione, scavalcare un enorme fiume e rendere piu agevole il passaggio verso sud.

Ma il Sebeto, dopo essere diventato poco più di un rigagnolo, scomparve definitivamente e misteriosamente, anche se qualcuno afferma che tutt’ora continua ad esistere percorrendo il suo ormai innaturale corso, sotto la selvaggia e incontrollata edificazione umana.

Non piu un ponte fluviale, ma un semplice percorso stradale, su di lui nel 1875 passarono i primi omnibus che provenienti da piazza san Ferdinando, proseguivano verso Portici attuando il cambio di ruote, e le carrozze trainati da fino a li da cavalli, diventavano tram su rotaie.

Ma per renderlo percorribile ai nuovi mezzi di trasporto, dovettero abbassarlo di almeno 2 metri, ormai inutilmente troppo ripide le sue rampe, e nel 1872 venne trasferita nel museo la celebre colonna miliare di epoca romana con iscrizione latina, la quale affermava che, da lì in poi, mancavano 1283 passi per Reggio Calabria.

Molti napoletani non sanno dove sia, in tanti, e questo errore era anche mio fino a pochi anni fa, lo confondono con i vicini ponti dei francesi e dei granili.

Considerata opera inutile e di poca importanza artistica ed archeologica, se lo percorri non ti accorgi nemmeno della sua presenza poiché non ha neanche piu l’aspetto di un ponte e, in un passaggio veloce e distratto, non noteresti neanche le statue dei due santi (miracolosamente ancora integre) che si fronteggiano sulla sommità (se può ancora chiamarsi così).

Per chi non conosce la sua storia, attraversarlo non da nessuna emozione, ma io consiglio, almeno una volta, di percorrerlo e di immaginare tutte le sue vicende e, con un po’ di fantasia, si vedranno passare davanti agli occhi soldati romani e normanni, soldati francesi, lazzari e sanfedisti, la lava del Vesuvio, alluvioni, e se li chiudi per pochi secondi, potrai sognare di percorrere, su quell’anonimo ponte, una volta unica strada verso il sud, 2000 anni di storia napoletana.

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