In un mio precedente articolo, la nostra “Marianna a capa e Napule”, ci deliziò con il racconto della sua vita trasmettendoci tutte le emozioni e le sensazioni provate nell’arco dei 2000 anni della sua esistenza, dalle sue origini greche fino alla sua temporaneità partenopea.
Geloso del successo della nostra amata Dea, un altro nostro grande “reperto storico” si propone di raccontare la sua bimillenaria vita, magari in tanti lo conoscono ma pochi, tranne chi fa della storia la propria vita e la propria arte, immaginerebbero le sue peripezie e umiliazioni passando da uno status all’altro senza poter far nulla per impedirlo.
E DOPO MARIANNA ANCHE IO HO DA RACCONTARVI LA MIA STORIA
PRIMA DI ME
Dove ora vi è la citta di Cuma, esisteva, piu di 2000 anni fa, un piccolo villaggio abitato da indigeni del luogo, forse qualche centinaio di individui, con i loro dei, le loro credenze e le loro usanze.
Intorno al 730 a.c., provenienti dall’est della grecia, arrivarono i colonizzatori calcidesi i quali vollero impossessarsi del
luogo distruggendo il piccolo villaggio esistente e fondando, al suo posto, quella che in seguito diventò una delle più floride, ricche e potenti colonie greche nella penisola italica, Cuma, che, ben presto, prese il controllo su tutto il golfo partenopeo creando, in seguito, le colonie satelliti di Pozzuoli, Baia, Miseno, Capri e Napoli.
Ma la nuova città, assediata da altri popoli italici che vedevano in lei una pericolosa rivale nell’espansione e nel comando della penisola, non ebbe lunga vita e, dopo essere stata prima sconfitta piu volte dai Sanniti e poi occupata dai Romani, si avviò ad un lento declino fino a ridursi, tra il IV e il V secolo, ad un piccolo abitato con parte della grande Acropoli seppellita da secoli di sedime.
In questo periodo, andava affermandosi una nuova religione, il cristianesimo, e tutti gli antichi templi dei coloni greci, dedicati ai loro Dei, vennero trasformati in basiliche, in particolare il Tempio di Giove, divenuta cattedrale della diocesi di Cuma.
Giove, divinità greca
Nel giro di qualche secolo, con l’invasione di altri popoli provenienti dall’entroterra, la cultura e le usanze del mondo ellenico vennero oscurate e anche io, Giove, loro principale Divinità, figlio di Saturno e re di tutti gli dèi, i cui miei simboli erano il fulmine e il tuono, venni dimenticato e seppellito dal trascorrere del tempo.
A niente valse la mia maestosità, costruito in lucente marmo bianco, seduto sul mio trono, ricoperto solo da un mantello regale che mi ricopriva le spalle e parte delle gambe.
Imponente nella mia figura, barbuto e con la capigliatura a ciocche, avevo un aspetto virile e fiero, ero il simbolo della potenza e dell’intelletto.
Dall’alto in basso guardavo coloro che mi adoravano, con lo scettro nel braccio destro innalzato e il sinistro proteso in avanti, ero al centro del Capitolium del foro di Cuma, nella triade capitolina con Giunone e Minerva, divinità venerate dall’impero romano.

Forse passarono 2000 anni, forse di meno, poi seppi che era l’anno 1606 degli umani, che in seguito ad un loro scavo, trovarono 13 statue risalenti ai miei antichi tempi, due bassorilievi in marmo e…me ma, del mio corpo, ne trovarono solo il busto e la testa, e per questo venni definito “un acròlito”.
Il mio primo popolo, i greci, quando mi costruirono, usarono il marmo solo per il busto e la testa, tutto il resto venne realizzato con materiale meno pregiato o deperibile, forse in legno, per questo le braccia e le altre parti del corpo sparirono, polverizzate da una sepoltura durata troppo tempo.
Il Gigante di Palazzo
Forse perché sono (o ero) il simbolo della fortuna, della protezione, dell’abbondanza, della generosità, dell’autorità e della giustizia, nel 1668 il viceré spagnolo don Pedro Antonio d’Aragona, reggente a Napoli, dopo avermi fatto aggiungere braccia e gambe, mi fece posizionare su una grande base in piperno e, come emblema della sua potenza militare, venni messo a guardia del palazzo Reale, in quello che era definito “Largo di Palazzo” e, da divinità adorata da tutto il mondo di allora, diventai il “Gigante di Palazzo”.

La mia figura serviva ad esaltare il suo potere; anche ad una strada che confluiva nelle mie vicinanze, le diedero il mio nome, la “strada del Gigante”(via Cesareo Console), e posero una fontana al mio fianco, inizialmente chiamata “Immacolatella”, e che, sempre in mio onore, diventò la “Fontana del Gigante”.
Ormai ero li, a guardia di un palazzo Reale e del suo potere, a protezione e a vigilanza delle autorità governative, e questo non andò giù inizialmente al popolo napoletano che mi prese in odio, mal sopportava sentirsi sotto controllo dalla mia grande e imperiosa presenza.
Nell’immaginario collettivo, in quella ubicazione, rappresentavo la forza, la potenza dispotica del loro sovrano e sapeva, il popolo, che la mia figura, li imponeva al rispetto e all’ossequio.
Ma con il passare del tempo, i sentimenti di paura e timore nei miei confronti svanirono, il popolo cominciò a confidenziare con la mia presenza e, in segno di spregio verso il potere, lo stesso luogo che doveva essere rispettato, si trasformò in un vero e proprio orinatoio all’aperto dove ognuno si sentiva libero, cosi facendo, di manifestare il suo disappunto.
Per riprendere le distanze e il rispetto dei ruoli, il viceré ordinò ai suoi miliziani di sorvegliarmi allestendo una guardiola con un picchetto, guardato a vista, notte e giorno.
La voce del dissenso
E anche in questo caso inizialmente la cosa funzionò e per qualche mese tutto andò
per il verso giusto ma, ben presto, quello spazio a me concesso, da orinatoio si trasformò in una piazza delle allegorie, delle satire e delle esplicite offese.
Dai lazzari agli intellettuali, contrari alle autorità spagnole, videro in me un loro tacito alleato, una sorte di portavoce, e mi elessero simbolo del dissenso, delle loro insofferenze, dei loro pensieri e delle loro contestazioni e per ben 138 anni, per loro diventai “il Gigante parlante” e, con la mia “voce” ogni volta diversa per enfasi, timbro e tono, venivano svelati inganni e bugie affiggendo sul mio piedistallo satire in versi e in prosa e offese precise contro le autorità napoletane.
Furono tanti gli autori ignoti e di spicco che decantavano gli abusi e i soprusi, in versi, delle autorità e, a trovarsi fra le righe di questi occulti libelli, vi erano spesso i re, le regine, i nobili, la corte e gli ecclesiastici a seguito.
Un’usanza dilagante e profondamente oltraggiosa capace di mandare su tutte le furie i governanti di Napoli che, a più riprese, tentarono di estirpare questa umiliante condanna con ogni mezzo.
E così, grazie ai misteriosi dissidenti, cominciai a “parlare”, ed erano talmente tanti ad “ascoltarmi” che lo stesso viceré don Antonio, decise di porre una sentinella a guardia della statua così da impedire a chiunque di soffermarsi ad affiggere versi, ma il popolo, sfidando la sorveglianza e non curante del rischio, riusciva puntualmente a darmi voce continuando ad apporre sul mio piedistallo componimenti, critiche ed offese.
E don Pietro Antonio d’Aragona stesso, colui che mi volle a guardia del suo potere, fu il primo a pagare lo scotto della “mia insolenza”, e un’episodio che va citato più di tutti, fu quello che riguardò l’imbarco della «Fontana Quattro del Molo» che il viceré fece impacchettare per trasferirla in Spagna e, in quel caso, “osai così commentare”, ironicamente, il gesto del nobile spagnolo:
– Ah Gigante mariuolo, t’hai pigliat li Quattro de lo muolo!
– A mme? Io non songo stato: lo Vicerrè se l’ha arrobbato!
E non andò meglio al suo successore, Luis de la Cerda, duca di Medinaceli, che nel 1695, pensò bene di sfidare i miei suggeritori mettendo una taglia di 8.000 scudi d’oro a chi fornisse notizie utili per l’arresto degli sconosciuti autori ma, di tutta risposta, il giorno successivo, mi fu segretamente affidato un foglio in cui fu riportata l’inquietante controproposta dei lazzari napoletani dove venivano offerti 80.000 scudi d’oro a chi portasse la testa del viceré in piazza del Mercato.

E toccò quindi al viceré austriaco, conte Alois Thomas Raimund di Harrach, che nel 1730, trovò affisse frasi denigratorie come queste:
“Neh che ffa ‘o conte d’Harraca? Magna, bbeve e ppò va caca”
“Vuie pensate a fa’ le tasse,
nuie pensammo a fa fracasse.
Ve magnasteve i fecatielli,
lo Rre se magna i casatielli”.
In pratica si accusava il vicerè di pensare solo a se stesso e ai propri bisogni senza curarsi del popolo.
Nonostante la taglia e le ricerche dei vari sovrani che si succedevano, nessuno riuscì a consegnare e smantellare ciò che all’epoca era la «Cospirazione del Gigante» che produceva in maniera smisurata oltre mille libelli a giorno.
Ormai per il popolo ero un loro prezioso alleato da qualsiasi parte soffiasse il vento del potere, anche nel 1799, durante i sei mesi in cui i napoletani uccisero altri napoletani, mi fasciarono con i colori della Repubblica Napoletana e, sul mio capo, fu riposto il simbolo della rivoluzione francese, un enorme berretto frigio che mi fu tolto qualche tempo dopo dai sanfedisti Napolitani.
E cambiò ancora il vento, nel 1806 i francesi si impossessarono del palazzo Reale di cui io ero guardiano, ma anche in questo caso, erano tante le offese, le critiche e i commenti che, mio malgrado, destinavo ai nuovi regnanti d’oltrealpi e alla fine, Giuseppe Bonaparte, mal sopportando il sarcasmo napoletano che lo bersagliava continuamente, invece di porre una taglia sugli anonimi autori, se la prese direttamente con me e dopo quasi 140 anni, fui tolto da quel posto in cui ormai mi ero abituato, dimenticando i miei divini passati, e dalla piazza passai, ormai in disuso, nelle scuderie di Palazzo reale.
Ma prima dello spostamento, il popolo napoletano volle, per l’ultima volta, tramite me, far sentire la sua voce e la mattina stessa della rimozione, affissero, sul mio busto, quello che sarebbe dovuto essere il mio ironico e irriverente testamento:
«Lascio la testa al Consiglio di Stato, le braccia ai Ministri, lo stomaco ai Ciambellani, le gambe ai Generali e tutto il resto a re Giuseppe.
Inutile specificare cosa, re Giuseppe, si sarebbe ritrovato.
