Il “Giardino d’inverno”

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Ferdinando II, poco prima che passasse il suo regno al figlio, costruì qualcosa di cui la città di Napoli non ne avrebbe potuto fare più a meno ma, che per colpa di profonde trasformazioni avvenute dopo pochi anni, venne tutto distrutto.

Sulla riviera di Chiaia, in prossimità del mare, esisteva già da oltre un secolo e mezzo, uno stupendo “Passeggio Reale” invidia dei maggiori centri urbani di allora, questo era quello che ne pensava A. Dumas nel 1841:

«La Villa Reale […] è situata, relativamente alla Riviera di Chiaia, come il giardino delle Tuileries rispetto alla strada di Rivoli. Soltanto, invece della Senna è il Mediterraneo: invece del quai d’Orsay è l’estensione, è lo spazio, è l’infinito. La Villa Reale è senza dubbio la più bella e soprattutto la più aristocratica passeggiata del mondo.»

Ma a re Ferdinando non bastava il giardino piantato a lecci, pini, palme ed eucalipti esteso per un chilometro tra piazza della Vittoria e piazza della Repubblica, e volle anche un giardino che contenesse piante tropicali ma che per loro natura, non avrebbero avuto alcuna possibilità di sopravvivenza nel pur mite clima di Napoli.

E cosi, sulla riva della “vera spiaggia” dei pescatori di Mergellina, senza alcun sconvolgimento dei luoghi, fece innalzare una magnifica costruzione polivalente in cui vi era predisposta anche una serra con piante tropicali in vasi di terracotta e protetta da pareti di vetro inclinate per sfruttare maggiormente la luce del sole, e la copertura a cupola di cristallo.

Nacque il “Giardino d’inverno”.

Ma non erano solo i vasi di terracotta a deliziare la nobiltà e gli artisti napoletani.

La costruzione era impreziosita da statue e fontane con cascate che facevano da contorno a sale in cui si entrava per godere della tranquillità e della bellezza del luogo, supportato anche dalla vista, attraverso i vetri, del golfo piu bello del mondo.

Sala concerto, accademia di Musica, circo equestre, e un teatro in cui venne praticata una terapia di recupero dei ricoverati del morotrofio di Aversa e in cui erano gli stessi ammalati a recitare con la pratica della “drammaturgia”.

Il pubblico affluì sempre numerosissimo ai suoi spettacoli e difficilmente si poteva credere che gli attori fossero i ricoverati del manicomi, e il “teatro dei folli”, nel 1862, fu portato perfino sul palcoscenico del Mercadante con temi che rivelarono l’autentica tragicità della messinscena.

Ma i fondi per il suo mantenimento ben presto finirono, troppi soldi furono spesi per l’ampliamento della Villa, della sua Cassa Armonica, della riviera di Chiaia e della stazione zoologica.

Oltre alle spese onerose, il passaggio all’Unità d’Italia con i lavori del risanamento dopo l’epidemia di colera, portò allo stravolgimento dei luoghi e con la colmata di Santa Lucia e la creazione di via Partenope, tutto venne demolito e quello che, ancora oggi, i napoletani amerebbero tornarne in possesso, durò solo 16 anni.

Ps : post incluso nel primo libro de: “Napoli nei particolari”

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