I PALAFRENIERI RUSSI (CAVALLI RUSSI O DI BRONZO)

 

COME IN UNA FAVOLA
Molto tempo fa, in Europa, due dei regni piu ricchi del vecchio continente erano legati da una grande amicizia.
Uno era localizzato nel profondo nord dove dominava sovrano il gelo, l’altro invece era nel profondo sud, dove il sole e l’aria mite era una caratteristica costante.
Nel paese del nord regnava l’imperatore Nicola I Romanov, imperatore di Russia dal 1825 fino alla sua morte, e con cui l’impero raggiunse la sua massima espansione, pari a 20.000.000 di chilometri quadrati.

Re nominale anche di Polonia e granduca di Finlandia, aveva in moglie Carlotta di Prussia la quale, alla morte del consorte, diventò imperatrice di Russia, con il nome di Aleksandra Fёdorovna.

Lo stato di salute della donna era molto precario e le divenne impossibile trascorrere i rigidi inverni in Russia, per questo fu costretta a fare lunghi soggiorni all’estero.
Una delle sue tappe preferite  fu la Sicilia dove nel 1845 giunse a Palermo, con il marito (che si trattenne per soli 40 giorni), il fratello Principe Alberto di Prussia, la figlia Gran Principessa Olga, e un numeroso seguito della Casa Imperiale.
La permanenza palermitana in una bella villa all’Olivuzza, fece cosi bene alla sua salute da rimanervi fino alla primavera successiva.
Il buon esito del viaggio spinse la famiglia imperiale a visitare la Capitale del Regno delle Due Sicilie, Napoli, di cui ne elogiava in maniera manifesta e convinta le capacità.
I sovrani russi furono ospitati a Palazzo Reale,  da Ferdinando II e dalla consorte Maria Teresa d’Austria.
L’amicizia e gli ottimi rapporti tra due degli Stati più importanti dell’Europa, divennero cosi solidi che al ritorno a San Pietroburgo, allora Capitale di Russia, lo Zar fece inviare in dono a Ferdinando II di Borbone due monumentali sculture equestri,  copie dei quattro gruppi equestri in bronzo visibili ancora oggi a San Pietroburgo, sui quattro angoli del Ponte Anickov sul fiume Neva.

Questi omaggi, anche conosciuti come “Cavalli russi”, raffigurano due palafrenieri (dioscuri)  nell’atto di domare i cavalli, e furono posti inizialmente sul cancello d’ingresso dei giardini reali in Via San Carlo e, solo alla fine dell’Ottocento, furono spostati nell’attuale posizione.
Questa che avete appena letta,  è una storia vera ma un po’ “romanticizzata” della scelta del regalo dello zar al re duosiciliano per l’accoglienza ricevuta.
Esiste una versione di “scelta tecnica” che da piu valore alle due opere, poiché dimostra che i cavalli non erano delle semplici copie di quelli esistenti a San Pietroburgo, bensì originali:
Sul Ponte Aničkov che sovrasta il fiume Fontanka, vi sono, oggi, quattro gruppi equestri in bronzo.
Nel 1841 due delle quattro composizioni, poco dopo l’inaugurazione, furono asportate e donate dallo zar al re di Prussia Federico Guglielmo III
Le restanti due composizioni furono, nell’aprile del 1846, rimosse anch’esse per essere regalate a Ferdinando II di Borbone, in occasione della visita di Nicola I a Napoli, note come i Palafrenieri
Il trasporto del delicatissimo carico avvenne su nave per via mare e fu affidato ad un capitano Procidano conosciutissimo per le sue qualità marinaresche.
Il motivo per cui furono regalati tutte e quattro le statue equestri lasciandone il ponte momentaneamente privo, fu per l’intenzione di voler comporre, in quattro opere, una scena intitolata “Il cavallo domato dall’uomo”, e che rappresentano le quattro fasi del Domatore che cade, si alza, doma il cavallo e lo guida già ferrato, è probabilmente potrebbero rappresentare  degli avvenimenti storici come i nostri leoni di piazza dei Martiri.
Ma lo scambio russo/duosiculo non si fermò qui, a Kronstadt, una località isolana di fronte la Capitale russa, si realizzò una fabbrica uguale a quella di Pietrarsa tanto ammirata dallo Zar; furono poi replicati a San Pietroburgo i successi del Teatro San Carlo, mentre a Napoli si cominciò a gustare la bontà del baccalà del baltico e l’importanza del grano duro che aprì la strada a lavorazioni pregiate come quella della pasta e della pastiera napoletana.
Un aneddoto sul grano russo, racconta che Maria Teresa D’Austria, consorte del re Ferdinando II di Borbone, soprannominata dai soldati “la Regina che non sorride mai”, dopo aver assaggiato una fetta di pastiera fatta col medesimo grano,  esternò un sorriso e che a questo punto il Re avrebbe esclamato: “Per far sorridere mia moglie ci voleva la Pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo”.
Persino la canzone più famosa del mondo, ‘O sole mio, nata ad Odessa, fu scritta nel 1898 per un concerto da tenersi a San Pietroburgo.
Si narra anche che la capitolazione del Regno delle due Sicilie fu decisa, da parte dell’Europa che dominava, per il rifiuto di Ferdinando II di partecipare, su invito dell’Inghilterra, alla guerra di Crimea contro la Russia.
Ma morti ormai i due sovrani, le relazioni politiche russo-napoletane, il cui picco si ebbe a metà del XIX secolo, caddero in rovina.
Come esempio del grande rispetto ancora esistente del popolo russo verso quello napoletano, vi è un cartone animato, completamente di manifattura russa, fatto circa un secolo dopo, in cui si racconta, in una napoli moderna ma alquanto “borbonizzata”, la storia di uno scugnizzo di nome Ciccio, il quale trova un mappamondo magico con cui cercherà di aggiustare e quindi salvare il mondo.
In lingua russa e sottotitoli in inglesi, questo è il suo link :
https://youtu.be/UcIsF8v7-cg

 

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I “Palafrenieri russi” (il video)

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