Da periferia irregolare a icona di una capitale, “Piazza del Plebiscito”

 

Una fantastica veduta dell’artista Caspar Van Wittel che ritrae “largo di Palazzo” (Piazza del Plebiscito) nel secolo XVII prima della realizzazione della chiesa di San Francesco di Paola che avverrà poco più di un secolo dopo. Sulla destra ancora visibile la “Fontana dell’Immacolatella” mentre probabilmente ancora doveva essere realizzato il “Gigante di Palazzo”. In alto l’immancabile castel S.Elmo.

La storia:

Siamo agli albori del secondo millennio, posizionatevi al centro di piazza del Plebiscito, chiaramente non troverete la piazza ma solo agglomerati sparsi di piccole casupole e monasteri.

“Eliminate” dalla vostra vista la chiesa di san Francesco di Paola e il palazzo della Prefettura, vedrete solo un lungo colle, da Pizzofalcone (1) fino al Vomero (1)(2), con distese verdi ricche di boschi, campi e orticellli.

Togliamo anche il palazzo Salerno e i palazzoni di Santa Lucia(1)(2), vi riuscirà facile vedere Castel dell’Ovo su Megaride e il borgo marinari.

Cancellate anche il Palazzo Reale(1) e tutti i viceré che lo abitarono, in lontananza vedrete Castelnuovo in tutta la sua imponenza con lo sfondo dell’intero golfo di Napoli, e poi tanti campanili dispersi per la città.

Ora ritornate in voi e seguite ,leggendo il mio racconto, la metamorfosi millenaria di quello che avete appena “sognato”.

I primi elementi architettonici che arredarono lo spazio ancora indefinito di piazza del Plebiscito furono i numerosi complessi monastici e conventuali che sorsero ai piedi di Pizzofalcone.

Nel 1327 vennero costruiti da Roberto d’ Angiò ben due costruzioni religiose, un monastero dedicato alla “Santa Croce” e un convento per i francescani, la chiesa della Trinità.

Altri conventi, chiese e monasteri esistevano già e altri ne sorsero dopo, ma chiaramente il tutto senza seguire alcun criterio di urbanizzazione e fino al 1500 vi era ancora solo un grande spazio multiforme alla periferia della città.

Poi venne il 1540, e i viceré spagnoli decisero di costruire una reggia per il loro re espropriando molti terreni di proprietà dei monasteri suddetti anche perché, nel frattempo, stava prendendo vita la futura rinomata Via Toledo (1) e, quello “slargo conventuale”, stava per divenire sempre più un luogo di passeggio aristocratico dove “la via più bella del mondo” cominciava a riversare fiumi di nobili e popolani alla ricerca dell’eleganza e della bellezza.

Così il baricentro della vita “raffinata” si spostò, infatti mentre inizialmente il Palazzo Reale aveva l’ingresso rivolto all’elegante via non avendo fino ad allora, il largo suddetto, nessuna “risonanza”, in seguito fu modificato volgendo la sua facciata principale verso il centro della nascente piazza.

Grazie al Palazzo Reale, finalmente il variegato slargo cominciava a prendere una forma ben distinta, almeno da un lato, diventando rapidamente il centro vitale della città, oltre che un’area pubblica di rappresentanza di tutto rilievo, e da un anonimo spiazzo nacque così “Largo di Palazzo”(1).

Nel 1775 altri conventi andarono giu, quello della Croce e della Trinità furono sacrificati per la costruzione del Palazzo che re Ferdinando IV volle per l’alloggiamento dei cadetti reali, in seguito ristrutturato e oggi denominato “Salerno”.

Ma poi arrivarono i francesi con la loro maniacale “grandeur” e Murat, divenuto Re di Napoli, volle costruire, nel 1809, come simbolo imperiale del loro dominio, il “foro Murat” e, per la sua realizzazione, demoli’ sia la chiesa di S. Luigi dei Francesi (ubicata pressappoco dove è oggi la chiesa di S. Francesco di Paola) sia la chiesa di S. Spirito, situata dove è oggi il Palazzo della Prefettura.

Il suo progetto prevedeva la creazione di un’esedra (arco colonnato) semicircolare verso la collina di Pizzofalcone, (l’attuale colonnato della chiesa di san Francesco di Paola) limitato da un lato dal già esistente Palazzo Salerno, e dall’altro dalla creazione di un edificio simmetrico ed identico al primo, l’attuale Prefettura.

Al centro dell’intera area fu progettato un edificio circolare pubblico, con spazi aperti e coperti per pubbliche adunanze; infine, a focalizzare e dominare tutta la visuale, si sarebbe dovuto innalzare una gigantesca statua equestre di Napoleone Bonaparte.

Ma i lavori per la costruzione del Foro Gioacchino, si fermarono al 1815 riuscendo a portare a termine l’esedra formata dall’attuale colonnato, la ristrutturazione del palazzo Salerno e la costruzione dell’attuale Prefettura (il Palazzo dei Ministri di Stato e il Palazzo per il Ministero degli Esteri di allora), mentre per l’edificio centrale furono completate solo le fondamenta.

Purtroppo, per il re francese, il suo regno si interruppe bruscamente dopo soli 10 anni, non abbastanza da riuscire a completare il suo “foro” poiché re Ferdinando, tornato al potere, fece suoi i manufatti francesi trasformando il “foro Murat” in “foro Ferdinandeo”.

Il colonnato dell’esedra che avrebbe dovuto esaltare la grandezza dell’impero francese, diventò il porticato di ingresso di una chiesa consacrata a san Francesco di Paola, fatta costruire da Ferdinando delle due Sicilie come voto nei confronti di quel santo che aveva intercesso per lui affinché si restaurasse la corona borbonica ma, con una clausola, la cupola non doveva oltrepassare in altezza il palazzo Reale posto giusto di fronte; i due palazzi gemelli vennero conservati.

Ultimo ritocco all’ arredo della piazza fu la collocazione, ai due terminali dell’emiciclo, di due statue equestri rappresentanti Carlo e Ferdinando di Borbone in assetto di antichi imperatori romani.

Con questi ultimi “accorgimenti”, la piazza Ferdinandea, o di San Francesco di Paola, venne solennemente inaugurata nel 1846.

Da allora non vi fu nessun altro cambiamento tranne per il nome che, dal 1861, divenne “piazza del Plebiscito”.

 

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