Cosa c’era al di là di “Porta Capuana”?




Come tutte le città antiche, Napoli è circondata, o meglio era circondata, da anelli di mura perimetrali difensive.

Questi, in seguito alla crescente esigenza di nuovo spazio all’interno della città, venivano sempre più ampliati inglobando nel suo interno tutti i manufatti che nel frattempo erano stati costruiti al suo esterno.

La prima cinta urbana era, rispetto alla città di adesso, molto limitata, quasi simile ad un quartiere di oggi,  e racchiudeva, nel suo interno, in pratica, il solo centro storico delimitato dal tracciato dei tre decumani e dei loro cardini (vicoli).

Fino al periodo antecedente gli anni 1400/1500, sul lato orientale della città, il confine era ancora tracciato dalle odierne via Pietro Colletta, passando per piazza Calenda (cippo di forcella), per poi proseguire parallelamente al lato interno di via Carbonara passando per Santa Sofia fino ad incrociare il cavone ora colmato da via Foria.

 

Piazza Calenda con le mura greche, all’epoca dei lavori del Risanamento.

In questo lasso di tempo, detto perimetro, presentava una anomalia,
escludeva dalla città CastelCapuano, residenza reale dal XII secolo fino al 1300 circa, ubicato nelle vicinanze di porta Campana, ingresso del decumano centrale (via Tribunale).

Per ovviare quindi ad una forte esigenza di espansione, negli anni del 1400, ne fu deciso l’allargamento e venne quindi cinto, in una sorte di abbraccio cittadino, tutto ciò che al momento era “extra moenia” cioè “fuori dalle mura”.

Ed ecco che il perimetro fu traslato di circa 300 metri verso oriente, verso Poggioreale( L’emiciclo di Poggioreale) per intenderci, facendo cosi ricadere nei confini, oltre il su citato Castelcapuano,  via Carbonara, la chiesa di san Giovanni a Carbonara esistente dal 1339, tutta la zona ora occupata da via Poerio, via Carriera Grande (dove sono ancora visibili la  torre “gloria” e un tratto di mura), e parte di piazza Garibaldi. (Dalla “Napoli-Portici” alla “Stazione Centrale” )

Via Tribunali. Ingresso a Castel Capuano 1758

Anche l’ingresso fu risistemato, e porta Campana fu spostata li dove ora troneggia, dal 1484, porta Capuana.

Attraversando questa porta, la più grande e rappresentativa tra quelle ancora esistenti a Napoli, ci si poteva dirigere verso est, cioè verso l’interno della nostra penisola,  ma cosa vi era ad oriente della città?

Fino a pochi secoli prima, nella zona orientale fuori le mura, scorreva il fiume Clanis, (ma si dice anche il mitico Sebeto) che alimentava una vasta zona paludosa.

Da un lato la palude era garanzia di sicurezza in caso di guerra, dall’altro però, in tempi di pace, ostacolava le comunicazioni.

Furono, per questo, costruite strade che, guadando fiumi e paludi e scavalcandoli con ponti (un esempio ancora di toponomastica esistente è il “ponte di Casanova”) rendevano piu agevole il dirigersi verso il sistema collinare di Poggioreale e Caput de clivo (oggi Capodichino).

Cosi facendo, si riuscì a trasformare una terra paludosa, come tutta l’area est di Napoli da Capodichino fino al ponte della Maddalena,  in uno dei luoghi più ameni e interessanti posti fuori le mura della città.

Il termine “Poggioreale” infatti deriva dal nome della collina (poggio), che ospitava una Villa Reale, edificata verso la fine del Quattrocento da Alfonso II d’Aragona.

Essa costituiva senza alcun dubbio una delle più suggestive ville suburbane italiane risalenti al XV secolo e fu realizzata in un’area già caratterizzata dalla presenza di splendide dimore signorili che vantavano rigogliosi giardini e splendide fontane.

Purtroppo, in seguito, tutte le ville, per vari eventi negativi succedutisi,  vennero abbandonate e, nel 1762, a breve distanza dal sito reale aragonese, venne costruito il “Cimitero delle 366 fosse” mentre, al principio del XIX secolo, sulle precedenti rovine della villa, venne eretto il cimitero di Poggioreale, determinandone la completa cancellazione, tanto che tuttora risulta difficile la stessa localizzazione del sedime dell’edificio.

 

Nel 1604, durante il periodo d’oro di “Poggio Reale, si avviarono lavori di fortificazione della strada che da porta Capuana portava alla villa aragonese,  e si rese tanto larga “da farci trottare dieci carri al pari; la si fece alberare e la si decorò di fontane e sette piscine che diedero spettacolo dell’ingegneria dell’acqua fino a quei tempi evoluta, e tutto questo per deliziare il turista che per quella direzione proseguiva”.

Ma il “Real Poggio” non era l’unica destinazione per chi valicasse  porta Capuana.

Ad est di Napoli,  incamminandosi verso l’interno della Campania, non molto distante, vi era un altra cittadina dal glorioso passato.

 

Di origine etrusca del IX sec.a.C., al momento della fondazione di Neapolis, Capua era già, con il suo porto fluviale sul Volturno, un grosso centro commerciale e luogo di incontro tra le popolazioni locali, del nord e sud e del centro Italia e di altri popoli provenienti dal mare che risalivano il fiume, ed era considerata, dopo Roma, la piu grande città del mondo di allora.

Questa grande cittadina, nel secolo XVI aveva ormai perso gran parte della sua importanza, distrutta più volte dai saraceni e in continuo sotto assedio dei sanniti, restava comunque un importante centro commerciale crocevia di popoli e mercati,  per cui era importante avere un collegamento con strade comode e veloci.

Appena oltrepassata porta Capuana esiste, tuttora, nelle sue immediate vicinanze, una strada, a quei tempi migliore alternativa per raggiungere Capua, denominata via Sant’ Antonio Abate, da cui si proseguiva, poi, salendo per la collina di Capodichino.

Dall’andamento sinusoidale, gli studiosi la farebbero corrispondere ad una forma primitiva di canale di raccordo d’acqua piovana affluente dai colli del Campo di Marte (Capodichino), sistemata in seguito come strada carrozzabile in età aragonese, e finita per esser poi una delle direttrici di penetrazione interna alla città.

 

Questo importante asse viario è lungo circa 800 metri, collega attualmente Porta Capuana a Piazza Carlo III, ed è famosa per il suo storico mercato giornaliero, il celebre “Buvero e sant’antonio”, una delle poche zone della città che dal 1400 ad oggi ha mantenuto inalterata la propria struttura.

 

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